All'inizio della pandemia pure io ho avuto paura

Ogni vita vera è incontro. Matteo Bassetti ci insegna che ogni incontro, anche quello con il Covid-19, può essere conoscenza e crescita. L’importante è guardare la paura in faccia per trasformarla in coraggio. Lui senza dubbio c’è riuscito, non poteva che essere così per un uomo grintoso e determinato.

Chi è Matteo?

Matteo sono io! Mi considero un ragazzo anche se ho 50 anni. Sono innamorato del mio lavoro, della mia famiglia, di mia moglie, dei miei figli. Mi piace coordinare, organizzare, sono un organizzatore nato. Grintoso ma anche dolce. Un Matteo diverso in casa e fuori.




Quanto è cambiata la sua vita?

Molto, mi piaceva essere riconosciuto, adesso la notorietà porta ad avere tanti ammiratori ma anche tanti detrattori. Cerco di viverla al meglio, sono consapevole che la mia vita è cambiata. Continuo a fare quello che ho sempre fatto, nonostante oggi sono un Matteo Bassetti conosciuto. La mattina mi sveglio, porto i miei figli a scuola, vado a lavorare. Sono molto grintoso, ho sempre cercato un po' di sgomitare.

Perchè sgomitare?

Sono stato figlio di un grande infettivologo, quando c’è stato bisogno dell’aiuto più importante – avevo 34 anni – mio padre è morto, quindi mi son trovato dalla sera alla mattina da essere il figlio del grande ad essere quel raccomandato del figlio di.

Com’è stato?

Non è stato semplice. Ho scoperto questo mondo dove le persone ti dicevano sei bravo e il giorno dopo non lo eri più, però ho sgomitato, ho lavorato, come si suol dire mi sono fatto il mazzo, a 40 anni sono stato il più giovane Primario italiano di malattie infettive. Sono stato a Udine per poi tornare a Genova da vincitore.

La scelta di specializzarsi in malattie infettive deriva dagli insegnamenti di suo padre?

Sicuramente mio padre mi ha trasmesso l’amore per questa disciplina. Mio padre è stato il primo a occuparsi di antibiotici. Ho visitato tutta l’Italia andando in giro con lui. Da lì è nata la mia grande passione per gli antibiotici.

E poi?

Mi piaceva la cardiochirurgia. Ho provato ma ho capito che era un settore dove bisogna stare troppo in panchina, a me piace giocare da titolare. Così al V° anno di medicina ho detto: “faccio anche io l’infettivologo”. È stata una scelta difficilissima, mio padre era Professore Ordinario di Malattie Infettive, direttore della clinica. I pregiudizi erano tanti.

Ha pagato il prezzo dei figli d’arte?

Esatto. È stata una scelta difficile però una scelta d’amore. Questa materia la amo follemente.

Come ha spiegato il covid-19 ai suoi figli?

Una sera gli ho spiegato questo virus nuovo e cosa poteva fare, ma anche che si può affrontare. Loro, rispetto a tanti coetanei, sono stati molto più tranquilli. Mia moglie ha avuto il Covid, siamo riusciti a gestirla benissimo, loro vivevano in casa senza alcun problema.

Uno dei suoi figli ha realizzato il Covid?

Francesco, il mio piccolo, ha realizzato il Covid con una scultura. Ne ha fatti addirittura due, uno grande verso marzo e poi ad aprile ne ha fatto uno più piccolo. In qualche modo disegnava come stavano andando le cose.

Ha avuto paura?

Le prime due settimane mi misuravo la saturazione anche io. Ho avuto paura perché c’è stato un momento in cui non riuscivano a capirci nulla. Era un nemico non conosciuto, faceva paura.

Ovvero?

Vedevamo arrivare persone con forme polmonari che sembravano l’una differente dall’altra. Oggi riguardandole sono tutte uguali o molto simili. All’inizio era una macchia nuova che colpisce i polmoni, non hai nulla in mano, nemmeno le cure. Uscivano gli articoli sulla letteratura scientifica, li leggevi, correvi in reparto ad aggiustare la terapia.

E poi?

Piano piano è diventata consapevolezza, con ordine e con calma. La calma è stata fondamentale in quei momenti e ho cercato di trasmetterla ai miei collaboratori e nel mio reparto.

La famiglia è importante?

È fondamentale. Lo stress emotivo era altissimo. La famiglia era il mio rifugio. Un momento fondamentale.

Perchè la scorta?

Più che una scorta è una sorveglianza. Non è una cosa piacevole però mi fanno sentire più tranquillo.

Il Covid-19 è “Una lezione da non dimenticare”?

Ci ha dato tante cose da non dimenticare. Il nemico può arrivare in maniera inaspettata, può colpire alle spalle, arrivando in un momento in cui meno te lo aspetti. Per questo è importante preparare bene le nuove leve, medici e infermieri.

Le persone non dimenticheranno?

Le persone di buon senso hanno avuto una lezione, credo l’abbiano capita. Hanno compreso che esiste un mondo, quello dei virus, batteri, protozoi e funghi che può essere pericoloso e ci può sopraffare in qualsiasi momento. La storia in questo ci insegna, pensiamo alle grandi pestilenze del passato.

La Candida Auris è il nuovo pericolo?

Al San Martino di Genova in questo momento abbiamo un’epidemia da Candida Auris proprio legata al Covid. Queste infezioni passano con le mani o con i guanti. È un microorganismo che ha una mortalità 20 volte maggiore di quella del Covid.

Quando potremmo dire: è finita!

Quando saremo vaccinati almeno per l’80% degli italiani, il che non vuol dire che è finita, potranno esserci altri casi. Sicuramente sarà finita l’idea che cammini per strada e una persona ti possa contagiare. La ripartenza vera avverrà tra la fine del 2021 e l’inizio 2022. Oltre a una popolazione vaccinata dovremmo avere una popolazione pronta a ripartire.


0 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti