Felice Finalmente

Spesso per ritrovare noi stessi dobbiamo scappare, non perché non sappiamo affrontare la vita che nonostante tutto accade, solo perché non c’è respiro che si concluda naturalmente. C’è solo l’interruzione, la sospensione a segnare il passo dal prima al dopo, dall’esserci al non esserci in una continua altalena tra il buio e la luce. Così la fuga diventa l’unica strada per tornare a sé, per demarcare il confine tra l’incapacità di esserci e la possibilità di esistere.

Parole in linea retta che si curvano, si modellano, si insinuano, si arrestano, riprendono per poi rifermarsi, si armonizzano diventando espressione artistica, cucite in maniera perfetta su immagini imperfette che rimbombano come un tamburo africano, si amalgamano di là dalla parola portando un messaggio che si impossessa di ogni briciola di emozione: è questo il docu-film «Ferro».




Una pellicola emozionante, cruda, vera, densa di mondo e di dolore che si presenta come un grido di rinascita sul viatico faticoso della vita in continua trasformazione di sé.

«Ferro» è su Amazon Prime Video, uscito il 6 novembre, narra la vita di uno degli artisti più amati e applauditi di sempre: Tiziano Ferro.

Tiziano non è solo un grande artista è un uomo, un esempio, una voce narrante della sua anima, un algoritmo perfetto nell’imperfezione che la vita offre come palestra di crescita e consapevolezza. Nella cucitura geometrica della sua vita ricamata nella pellicola come se fosse la trama di una narrazione catartica di conoscenza di sé emerge dirompente l’individuo. La persona si fa corpo, anima, essenza, paradigma indiscusso del percorso itinerante all’interno di sé che non concede sconti, arriva come un machete mostrando la verità, poiché la verità non ha maschere, non ha censure, non ha alchimie. È una terapia nella terapia. È uno scendere all’interno di sé raccontando la superficie perché portare all’interno del dirupo sarebbe troppo forte, denso di verità anche per chi guarda, ascolta, si immedesima.

Una storia di vita che parte da Latina, perché «la musica è partita da Latina, un albero, una panchina dove c’è la traccia di “xdono”. La panchina simbolo di un percorso verso il “xdono”» - ci dice Tiziano nel film. Poi la sua vita passa attraverso Milano vola oltreoceano fino a Los Angeles, luogo quest’ultimo chiamato casa che si coniuga perfettamente con il punto di partenza diventando un corpo unico.

Con questi luoghi si cuciono e ricamano affetti profondi, scelte di vita, decisioni importanti, attimi dove tutto sembra smarrirsi per poi ritrovarsi in una nuova e avvincente alba. Perché il messaggio che lui vuole incidere nel suo pubblico è quello «che nulla è scontato, perché potrebbe non tornare».

La vita accade, si dipana in un itinerario scosceso dove spesso si rischia di cadere, ma «non importa come cadi l’importante è rialzarsi» - continua il racconto di Ferro. La mia vita ci dice: «era tutta una rovina ma bisogna demolire prima della ricostruzione».

Il viaggio che Tiziano compie attraversa la sua storia di vita, fotografa i chiaroscuri delle sue nicchie di dolore, illumina il matrimonio con Victor che cesella e sigilla un momento saliente da cui ripartire non solo per tornare a casa ma per toccare la sua anima sin nella profondità mai scrutata. È nelle ombre che si dipanano che il percorso tracciato nella pellicola porta a incontrare la dipendenza dall’alcol e la repressione dell’omosessualità. Entrambe sono e saranno un gioiello prezioso da tenere ben stretto a sé, poiché è lì che la sua arte, il suo essere persona si è plasmato, si è modellato, si è reso possibile in maniera tangibile. Senza la profonda sofferenza la sua poesia, la sua armonia non avrebbe trovato la giusta strada per esprimersi.

«Mi vestivo ogni giorno di un vestito che non era mio, mi vestivo da magro. Mi sentivo una goccia in un mare enorme» - racconta Ferro.

Bisogna attraversare le tenebre per trovare la luce, per abbracciare la propria esistenza, questo è, a parer mio, il messaggio di un docu-film che tutti dovrebbero vedere e rivedere, e vedere ancora una volta per non perdersi nulla.

Sono poche le star che hanno avuto il coraggio di dire la verità, e Tiziano Ferro è una di queste.

Attraverso la pellicola Tiziano racconta senza censura le ferite, i dolori, la voglia di chiudersi in un mondo solitario perché spesso «le parole hanno un peso nella vita» e lui, di parole dolorose, sin da ragazzo ne ha ricevute tante come «ciccione». In tutta questa montagna di sofferenza che era difficile scalare per poter osservare un nuovo orizzonte «la musica mi ha salvato la vita» donandogli una nuova vita, una rinascita, un mezzo per tirare fuori la sua natura, per gridare al mondo i suoi bisogni, per nutrire quelle ferite che non potevano essere sedate dall’alcol. La spinta vitale che abita la sua vita non è stata sedata dall’alcol, dall’ansia, dalla paura di essere semplicemente sé stesso così un pezzettino alla volta il puzzle della sua vita ha preso corpo e si è ricomposto offrendo un respiro nuovo, un itinerario tutto da tessere e decidere, una base sicura su cui cesellare ogni più piccolo pensiero.

Il docu-film scritto da Federico Giunta insieme al regista Beppe Tufarulo, prodotto da Banijay Italia racconta la rinascita di un uomo che frequenta regolarmente gli incontri degli alcolisti anonimi diventando parte attiva di un percorso che dà rinascita e aiuta a rinascere poiché «le cicatrici hanno un senso nella vita le guardo come se fossero i miei supereroi». Racconta di un amore profondo, quello verso Victor, delle amicizie americane, del suo manager che lo segue passo passo aiutandolo a tirare fuori la sua natura, a non nascondersi più perché non può fuggire da sé stesso. E poi, e poi c’è la sua famiglia, la madre, il padre, gli affetti più cari che da sempre gli hanno fatto un bozzolo protettivo. Alla fine, tutto sembra pitturarsi in una tela dai colori tenui dove le linee devono ancora definirsi, lo sfondo arricchirsi, i personaggi collocarsi nel giusto spazio perché come dice Tiziano se gli si chiede come ti immaginavi i tuoi 40 anni: «quarant’anni li immaginavo così con la mia famiglia dove sono nato e quella che ho scelto e quindi grazie».

Grazie Tiziano di averci regalato un pezzo importante della tua vita che sarà faro per molte persone che attraversano il naufragio della propria vita in una zattera di rottami legati insieme da funi lise e sdrucite. C’è sempre una rotta per approdare a un porto sicuro e rassicurante. Tu ce lo hai mostrato e dimostrato.







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