Ho scelto di essere libero

«Io non ci sto» perché la vita ha sfaccettature e declinazioni che non possono sottostare a qualcosa che soffoca la libertà. Il libro di Natale Giunta, denso di vita vissuta, trasudante di fatica e dolore, racconta uno spaccato di mondo crudo e nullificante. Eppure, nella fitta cortina di nebbia un timido raggio di sole ha svelato un nuovo itinerario così che la determinazione che lo caratterizzano lo hanno riportato ad assaporare l’emozione di riscoprire la vita, il successo. Natale ha avuto la capacità di riacciuffare tutti i suoi sogni, rimetterli in fila uno dietro l’altro e renderli possibili. Si racconta a cuore aperto regalandoci il suo mondo.




Parliamo del tuo libro, cosa ti ha portato a scriverlo?

«Il bisogno di liberarmi raccontando la mia vita. Una vita, la mia, spezzata in due».

Perché «spezzata in due»?

«La prima vita, dove è nata la passione per la cucina, il cibo che poi è diventata un’impresa. L’infanzia e la giovinezza sono state stagioni molto belle, serene. E poi l’altra, quella difficile».

Dove hai iniziato il tuo mestiere?

«Ho lavorato in un ristorante dove ho fatto esperienza, tanto che l’ho preso in gestione. Una follia che racconto nel libro».

Ti riferisci ai «Dieci assegni»?

«Si! Feci tanti assegni non sapendo se li potevo pagare. In questo c’è genio e follia. Per 12 anni è andata bene. Ho aperto 2 ristoranti e un’azienda di catering. Ho fatto eventi importanti in giro per il mondo».

Come vivevi tutto questo?

«Ero sorpreso, era tutto così strano. Facevo eventi su eventi, aprivo attività nuove …».

Però?

«Però ogni tanto qualcuno si avvicinava e mi diceva: “tutto apposto? viene qualcuno? … tu pagi? tu fai? …”. Io sorvolavo, era un argomento che non mi interessava, finché …».

«E la mafia bussò», dove, quando, perché?

«Il volere di questa gente bussò anche alla mia porta, erano arrivati anche da me».

Tu come hai gestito questa situazione?

«Prima si presentò un tizio, poi altri due soggetti che non sapevo chi fossero. Però era già scritto. Li feci sedere nel mio ufficio, fecero l’elenco di tutte le mie attività. Sapevano e conoscevano tutto. C’era un uomo adulto, che in seguito ho scoperto essere una persona molto pericolosa, mi disse: “i detenuti dal carcere ti guardano in televisione quanto ti comporti male, che non paghi nessuno”».

Così?

«Presi subito le distanze. L’altro uomo mi disse: “vedrai come da qui a Pasqua cambierai idea, c’è gente che ti vuole fare del male mentre noi siamo qui per proteggerti”».

Hai avuto paura?

«All’inizio si, in me c’è un sentimento forte di libertà, di ribellione. Non sono mai scappato tanto da mollare tutto».

La paura guardata in faccia è diventata coraggio?

«Mi ha dato la forza di ribellarmi contro un sistema che non credevo arrivasse fino a me. Mi sono costruito tutto da solo, non potevano toccarmele, non avevo chiesto nulla a nessuno».

Quando è arrivata «La prova del cuoco» la tua vita è cambiata?

«Un sogno inaspettato, durato tanti anni. Quando ho iniziato la cucina in televisione – era il 2005 - era molto diversa da quella che vediamo oggi. Per me è stata un’esperienza bellissima potevo raccontare la mia storia, le mie radici».

Che cos’è per te la libertà?

«La libertà è tutto! Ho denunciato per proteggere la mia libertà. Libertà è mettere una distanza con quelle persone. È non pagare il pizzo. Essere liberi è stare con chi voglio io, nessuno può impormi cosa fare e con chi devo stare».

Il cibo è libertà?

«Non solo libertà è espressione, esperienza, emozione, storia, appartenenza».

Si può rinascere?

«Difficile. Il libro è testimone della mia rinascita. Tutti quelli che fanno la mia fine all’inizio sono dei morti vivi che camminano. C’è una parte di Stato che ti protegge ma una parte di popolo che ti abbandona. Così quando lo Stato smette di proteggerti – perché è una protezione blanda – ti ritrovi da solo. Nel 90% dei casi si perde tutto, attività, soldi, affetti, amici, famiglia. Ti ritrovi in mezzo a una strada, non hai più un centesimo».

Perché a te è andata in maniera diversa?

«Per anni anche io ho perso tutto. Mi ha salvato il mio carattere testardo, avevo deciso di continuare a fare il mio lavoro, così è stato».

Dov’è per te casa?

«Casa mia, in Sicilia. Se non me ne sono andato da questa terra perché la amo profondamente, qui ci sono le mie radici, la mia famiglia».

Cosa farai da grande?

«Ancora non lo so!».

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