Il mestiere d'attore

“Nella recitazione c’è tutto: empatia, precisione, follia, serietà, libertà” così come nella sua vita, nel suo essere persona. Beniamino Marcone è un attore a tutto tondo che trova nel “set il suo micromondo in cui si sente protetto e non importa se interpreti un ruolo comico o un personaggio grottesco a teatro”. Si racconta con emozione e passione, la stessa che mette in ogni suo personaggio.





C’era una volta un ragazzo di provincia oggi chi c’è?

Faccio sempre molta fatica a raccontarmi, non so mai da dove partire. Ho una vita normale, faccio l’attore, anche se molti pensano che fare l’attore sia qualcosa di straordinario. Vivo tutto con i piedi per terra perché di fatto fare l’attore è un mestiere.

Perché hai deciso di fare l’attore?

È abbastanza semplice, vivendo in un paese lontano dalla città, non avevo molte situazioni di svago e socializzazione. Il teatro è stata la via per socializzare. Mi ha permesso di iniziare a viaggiare. Così il teatro, a mano a mano, è diventato la mia seconda casa.

Perché “la mia seconda casa”?

Mi sentivo molto più a mio agio quando stavo in compagnia degli attori piuttosto che in altri contesti.

“Il cinema e il teatro sono come una droga”?

È una droga positiva nel senso che un progetto tira l’altro, finito un lavoro hai bisogno di quello che seguirà. Sembra paradossale ma un set è un micromondo che racchiude tantissimi valori.

Cioè?

Quando gli attori dicono: “su quel set abbiamo fatto squadra” è vero, per portare a termine un progetto c’è bisogno della collaborazione, di creare un tessuto con gli altri attori che sia vero, onesto, produttivo. Tutti questi elementi hanno un effetto benefico sulla psiche, è difficile trovarli fuori. Il set può essere stressante ed avere le sue dinamiche negative, ma è un luogo speciale.

Per te un set che cos’è?

Un momento di gioia. Così come il teatro. Lì sono felice, è il lavoro più bello del mondo, ha un senso mistico, non puoi farlo solo per i soldi o la notorietà.

Come scegli i tuoi lavori?

Guardo l’etica e l’onesta del progetto.

Ovvero?

Ci sono dei provini che fai perché in una certa misura devi farli, altri invece senti già dal provino che sei coinvolto emotivamente. Sperimentare sin da subito l’emozione di quel ruolo fa una grande differenza, ti permette di assorbire quell’interpretazione e viverla nella tua pelle, nella tua anima.

Come hai scelto la miniserie “Alfredino. Una storia italiana”?

Non ho scelto, sono stato scelto dopo alcuni incontri. Ho sentito una grande gioia, poi ho pensato “ma mo’ come lo facciamo?”. Mi ha rassicurato sapere che c’era Marco Pontecorvo, un regista dalla grande sensibilità che ha saputo raccontare storie intense. Lui, già nei provini, sapeva dire all’attore cosa cercava, il progetto aveva già un significato profondo.

Qual è il senso?

Raccontare una storia vera, che doveva evitare la TV del dolore, del dramma, bensì portare un messaggio di possibilità, di speranza, di rinascita. L’aspetto etico è stato importante per costruire il percorso. La sceneggiatura già metteva in luce l’analisi, la dignità dei personaggi. Tutti gli attori si sono calati con molta fiducia nei vari ruoli.

Perché il Centro Rampi ha accettato questo lavoro?

È la prima volta che gli veniva proposto un lavoro con un’angolazione di lettura giusta, con una struttura diversa. Quello che è successo lo sanno tutti. La sceneggiatura è andata oltre cercando di portare un messaggio completamente diverso.

Cosa vuoi dire?

Avevamo tutti chiaro che dovevamo metterci al servizio di quello che è accaduto dopo, raccontare con un’ottica di rigenerazione.

Qual è il messaggio della miniserie?

La capacità di rigenerarsi, di evolvere e trasformarsi nonostante il dolore terribile della perdita di un figlio in una maniera drammatica, comprendendo cosa è venuto fuori da quella ferita di 40 anni fa. Generare dal dramma un insegnamento positivo. La miniserie racconta questo: la capacità drammatica di trasformare un vissuto doloroso in un insegnamento cogliendo ciò che c’è bisogno di fare per non ritrovarsi nella stessa situazione.

L’esperienza di “House of Gucci”?

“House of Gucci” non era un set, ma una città nella città. È stata un’esperienza molto formativa, intensa.

Cosa farai da grande?

Ah boh! Sono appassionato di centomila cose. Se riesco a fare l’attore fino alla vecchiaia ho fatto bingo.

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