Il teatro è impegno

Tutto per me è incominciato con l’uccisione di Marie Trintignant, forse ricorderai, Marie apparteneva a una delle famiglie francesi più importanti della storia del cinema (…)”, prende avvio così “Doppio taglio: come i media raccontano la violenza sulle donne” interpretato da Marina Senesi con la collaborazione della ricercatrice e saggista Cristina Gamberi.





Con le mani immerse nell’acqua tira su una manciata di carta bagnata stretta insieme in maniera confusa mentre nel secchio in metallo ricadono frammenti di carta mista ad acqua che creano una disarmonia sorda e acuta al tempo stesso. C’è un rumore denso di significati nel silenzio dove le parole arrivano di netto come se fosse una tela di Lucio Fontana. La violenza consumata a danno di una donna ha lo stesso sapore amaro di un taglio netto in una tela che trasuda ferita nella sua cifra visibile come se fosse la penetrazione corporea di una lama tagliente che conduce alla morte. Le parole di Marina si fondono e plasmano in una narrazione emozionante e densa di atmosfere, dove la sua arte si fa racconto non solo di sé ma anche dell’altro da sé.

Se le chiedo di raccontarsi …?

Non ero pronta a una domanda così complicata! Ho iniziato il mio percorso formativo e poi lavorativo in maniera classica. Sin da subito mi sono interessata al teatro di narrazione e al teatro civile, ho sempre cercato nella cronaca qualcosa da raccontare. Ho fatto tanti anni di radio, questo mi ha dato una cifra particolare, ho archiviato il senso accademico, seppur importante, a favore di una partecipazione immediata.

Che caratteristica hanno i suoi lavori?

Sono leggeri nella narrazione pur parlando di argomenti intensi, crudi, pesanti senza spaventare l’ascoltatore o il pubblico, ma portandolo a riflettere.

A chi si rivolge?

A tutti, soprattutto a coloro che a teatro non sarebbero andati ma sono stati portati. Alla fine, restano entusiasti e comprendono il significato del mio lavoro. Lo studio che faccio sul linguaggio coinvolge anche lo spettatore più scettico, colui che mai si sarebbe seduto su una poltroncina a teatro.

“Doppio Taglio: come i media raccontano la violenza sulle donne”, cosa racconta?

Indaga la tematica della violenza contro le donne, con uno sguardo trasversale: non il racconto della vittima, né quello di un testimone, tanto meno del carnefice ma il disvelo di alcuni meccanismi comunicativi che agiscono sottotraccia, attraverso i quali il racconto dei media può plasmare la nostra percezione del fatto, trasformando anche la più sincera condanna in un’arma, appunto, a doppio taglio.

Perché il bisogno di guardare in maniera trasversale al mondo della violenza sulle donne?

Guardo i fatti in maniera trasversale, con uno sguardo insolito sull’attualità, sulla cronaca, sulle vicende umane. Nel lavoro su Ilaria Alpi sono partita da punti di vista completamente differenti, dicevo: “i genitori di Ilaria Alpi sono due genitori insopportabili”. Ho lavorato con loro su tutto il progetto narrativo, tanto che ne avevano compreso il senso. Lo spettatore restava sorpreso ma poi comprendeva e pensava: meno male aveva due genitori rompiscatole sennò questa cosa si insabbiava due giorni dopo.

Come i media plasmano la percezione di un evento, un fatto?

Mi accorsi dell’immaginario utilizzato dai media per raccontare l’uccisione di Marie Trintignant… parlavano di questa uccisione come se fosse una possibile variazione del Tristano e Isotta. Da ciò che raccontavano i giornali sembrava che Marie Trintignant fosse morta … attenzione morta, non uccisa (da Doppio Taglio)”, ecco questo è il significato di come i media raccontano la violenza sulle donne.

E lei cosa cerca nei suoi lavori?

Cerco un mezzo, un linguaggio che mi consenta di raccontare i fatti in maniera diversa dalla narrazione dei media.

Il suo linguaggio comunicativo è una sorta di “grazia e mistero”?

Questa è un’elaborazione che non avevo pensato, diciamo che io vado più a istinto. Dal palco si percepisce quando lo spettatore è coinvolto. Evito il nozionismo, cerco di creare una linea unica, massimo due, ma non confondo il pubblico con risposte di tipo nozionistico e giornalistico.

Chi è Marina quando non è impegnata nel suo lavoro?

Sono una persona semplice, che fa quello che voleva fare, mi piace la solitudine, a volte ho proprio la necessità di ritagliarmi uno spazio tutto mio.

Progetti?

Dovrebbe riprendere “Porto a Porto”, che tratta il tema dei reati ambientali, è un racconto surreale di una persona che sale su una barchetta a Genova perché deve andare a comprare un paio di scarpe a Trieste, interrotto a causa della pandemia.

Cosa farà da grande?

Da piccola avrei voluto fare la criminologa, anche se ero affascinata dai maghi, mi sarebbe piaciuto fare il prestigiatore, la magia mi ha sempre affascinato.

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