L'amore di papà è da Film - intervista esclusiva a Elisabetta Sgarbi (on Novella2000)

Lei mi parla ancora, romanzo di Giuseppe Sgarbi, farmacista-scrittore, padre di Vittorio ed Elisabetta. Pupi e Tommaso Avati ne hanno ricavato una sceneggiatura avvincente, ricca di emozione, intensa così com’è la narrazione romantica del libro.




Un amore, quello tra Nino e Caterina, lungo 65 anni e mai finito, neanche con la morte di lei. Vogliamo parlare di questo e di molto altro ancora con Elisabetta Sgarbi, ferrarese di nascita, farmacista, amante dell’arte, della cultura, produttrice di importanti lavori cinematografici e regista. Direttrice editoriale della Bompiani, ha poi dato vita a La nave di Teseo. Fonda la rassegna culturale La Milanesiana di cui è direttrice artistica. Una donna dalle mille risorse, riservata ma attenta osservatrice del mondo, ama la poesia, ha avuto un rapporto speciale con Umberto Eco, che le ha spiegato tutti i segreti del mestiere quando lei era ancora una novellina. Alla Mostra del Cinema di Venezia 2020 sarà proiettato il suo film Extraliscio Punk da balera nelle Giornate degli Autori.

Può raccontarci qualcosa dell’opera di suo padre?

Nel suo primo libro, Lungo l’argine del tempo, scrissi una introduzione che titolai “Mio padre è uno scrittore”. Non è semplice per una figlia distinguere l’opera dalla persona, trattandosi di suo padre. Ma questo sforzo l’ho fatto, in fondo faccio di mestiere l’editore: e mio padre è uno scrittore perché ha trasformato le sue memorie in esperienze universali, in un mondo che ogni lettore può abitare. I suoi libri non sono un diario personale, non sono una esperienza solo sua. In questo è uno scrittore, in questo fa poesia in prosa, trasforma la sua vita in una possibilità per gli altri.

Come nasce l’idea di questo libro?

Mio padre aveva dei problemi di salute e stava attraversando un periodo di mestizia. Mio padre non ha mai parlato molto, ma in quel periodo era oltremisura silenzioso. In più non poteva leggere, stava perdendo la vista, e questo gli dispiaceva perché è sempre stato un lettore di gusto. E allora gli dissi: “ma perché non scrivi i tuoi ricordi, quelle storie che ci hai sempre raccontato del fiume, della pesca?” Era ovviamente molto sospettoso. Ho chiamato un bravo giornalista e scrittore Giuseppe Cesaro, che ha stretto un rapporto bellissimo con mio padre. Registrava i suoi racconti, li trascriveva – perché mio padre non vedeva più bene – rileggeva tutto con lui, correggevano le bozze. Nel film di Pupi Cesaro sarà Fabrizio Gifuni.

Cos’è che l’ha colpita di più quando ha saputo che Pupi Avati avrebbe tratto un film dal libro di suo padre?

Anzitutto che fosse Pupi Avati, cui un giornalista, Maurizio Caverzan, aveva consigliato il terzo libro di mio padre, Lei mi parla ancora, dedicato alla Rina, che decise e volle scrivere quando la Rina è andata altrove. Ma soprattutto era incredulo mio padre, persona consapevole e modesta. E mi diceva: ma davvero Pupi Avati vuol fare un film dai miei libri? E trascorsi con lui tante serate, quando tornavo a Ro Ferrarese nel fine settimana, a rivedere tutti i film di Pupi, uno dei quali, Aiutami a sognare, girato proprio in una bella Villa a Ro ferrarese, nel 1981, a pochi passi da casa nostra. E quelle serate, le ultime con mio padre, compiaciuto, orgoglioso, meravigliato, trascorse a vedere i film di Pupi Avati, sono impresse nella mia memoria.

Un padre farmacista che diventa scrittore, un fratello Vittorio che ha fatto dell’arte la sua vita, lei oltre che farmacista appassionata di arte e cultura, direttrice artistica della Millesiana, produttrice, l’arte appartiene al vostro DNA?

Dimentica mia madre. Mia madre è stata la più grande alleata di Vittorio, una forza della natura, che ha trasformato un borgo di qualche centinaio di abitanti in un centro culturale formidabile. A Ro Ferrarese, a casa nostra, grazie a mia madre e a suo fratello Bruno Cavallini, e poi grazie a me e mio fratello, è passata la grande cultura del secondo novecento italiano: da Bassani, a Zurlini, a Cibotto, a Zeri, Eco, solo per citarne alcuni. Senza mia madre, la sua generosità, ospitalità, vitalità, intelligenza, nulla di quello che è accaduto in quella casa sarebbe stato possibile. Mio padre avrebbe vissuto nella tranquillità silenziosa della pianura avvolta nelle nebbie, mia madre ci ha insegnato a stravolgere le regole.

Perché improvvisamente, secondo lei, arriva il bisogno di ricostruire un percorso d’amore e sull’amore attraverso la scrittura?

Lei mi parla ancora, il libro più bello di mio padre, è nato da una assenza. E’ un canto di dolore e amore. Dopo 65 anni di vita insieme, Nino ha tentato con umiltà, passione, senso di meraviglia per la bellezza dei ricordi che affioravano, di recuperare accanto a lui la Rina.

La figura di suo padre e la funzione materna di sua madre che cosa le hanno insegnato?

Mio padre mi ha trasmesso la bellezza del fiume, dei silenzi della pianura e la poesia delle nebbie ferraresi. E il senso del rigore e dell’ordine: portava con sé una agendina che sembrava stampata tanto era perfetta nella scrittura a mano. Mia madre mi ha trasmesso il senso della possibilità dell’impossibile. Nulla era impossibile a lei, faceva miracoli laddove ogni altro desisteva. E’ stato, quello di mia madre, un insegnamento fondamentale: ha allargato infinitamente il mondo del possibile per me. E questo è un dono di inestimabile valore. Dal libro emerge una famiglia piena d’amore e due genitori che si sono amati oltre la morte, un esempio per le famiglie di oggi che sono avvolte dall’analfabetismo amoroso e dalla crisi dei ruoli nella famiglia, secondo lei quanto è importante crescere in una famiglia come la sua? Qualche litigio ci sarà pur stato?

Tra mia madre e mio padre accadevano liti memorabili, di una violenza scrosciante. Mia madre è la madre di Vittorio, non va dimenticato. Era capace di sfuriate clamorose, che poi però rientravano, perché motivate da una situazione determinate. E poi ci fu l’episodio eclatante, spesso raccontato da Vittorio e da mio padre nel suo primo libro. Mia madre aveva vinto una farmacia a Cologno Monzese, viveva a Milano. Chiama Ro e – non si sa come, forse per un collegamento anomalo – intercetta una telefonata di mio padre a una donna di Ro, in cui Nino diceva: “Cara, ci vediamo all’imbrunire”. Apriti cielo! Mia madre è calata a Ro da Milano come una furia e non ha idea di cosa è accaduto per anni a casa mia. Io ovviamente ero dalla parte di mia madre. Mio padre per i restanti cinquant’anni di matrimonio ha tentato di trovare giustificazioni improbabili. Però hanno condiviso 65 anni di matrimonio e due figli di cui erano, e sono, orgogliosi.

Ritiene che l’amore si possa insegnare?

No certo. Però c’è una educazione a capire la persona che si ama.

Il rapporto genitori-figli come lo vede?

Complicato. Lessi da piccola, in una bella edizione Einaudi, Normalità e follia nella famiglia di Laing e Esterson, e mi ha segnato profondamente.

Cosa ricorda di suo padre?

La sua ironia.

E di sua madre?

La sua energia e la sua intelligenza fulminea. Non ho trovato nessuno come lei. Come definisce il legame amoroso tra i suoi genitori: desiderio, miracolo, dono, incontro, promessa, per sempre ...

Burrascoso e vero.

Qual è il rapporto personale che ha avuto con suo padre? E con sua madre?

Hanno sempre seguito di più mio fratello. Ma questo ha avuto il vantaggio di lasciarmi libera e di rendermi forte.

All’interno della sua famiglia c’erano gerarchie?

Dominava mia madre, persino su mio fratello. Che è tutto dire.

Quanto è importante Ferrara per la vita della sua famiglia?

Ferrara è città diversa da ogni altra, è eccessiva e solitaria, con un senso della diversità che spesso diventa compiacimento dell’isolamento: ha avuto un suo proprio straordinario Rinascimento, diverso da ogni altro, e forse persino superiore, benché nascosto: Cosmé Tura, Ercole De Roberti, Ariosto non hanno pari; ha ispirato la rivoluzione metafisica di De Chirico, perché è una città metafisica. Non c’è viaggiatore che, giunto a Ferrara, non abbia intuito una metafisica follia: da Torquato Tasso a De Brosses. Come racconta De Chirico nelle sue Memorie, a Ferrara circola una strana follia, derivante dalle esalazioni di canapa, perché Ferrara è costruita sui maceri di canapa. Ferrara dunque mi sta dentro.

Essere farmacista è un legame solido con i suoi genitori, la laurea in farmacia è stata una scelta o un dovere?

E’ stata una imposizione, a cui, come secondogenita di cotanto primogenito, mi sono dovuta assoggettare. Ma in fondo è stato un bene, e infine li ho ringraziati. Studiare chimica e precipitare i reagenti ha molto aiutato il mio mestiere di editore.

Che rapporto aveva suo fratello Vittorio con i suoi genitori?

Lo adoravano e gli permettevano ogni cosa. D’altra parte, era un enfant prodige.

Con suo fratello che tipo di rapporto ha costruito?

Splendido. E non era facile.

Da piccoli andavate d’accordo?

Concordiamo sulle cose sostanziali. Il resto lo addebito a fraintendimenti del discorso.

I suoi genitori vi rimproveravano spesso quando eravate piccoli?

Erano molto severi quando eravamo piccoli.

C’è qualcosa che avrebbe voluto dire a suo padre e a sua madre ma non c’è stato il tempo?

No. Mi manca la loro presenza fisica.

Ha ancora dei sogni nel cassetto?

Rivedere i miei genitori e immaginare che dall’alto possano vedere il mio film Extraliscio Punk da balera che sarà alla prossima Mostra del Cinema di Venezia nelle Giornate degli Autori.

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