Legami (on Novella2000)

Il regista Daniele Luchetti ha aperto la 77esima Mostra del Cinema di Venezia con il film Lacci, fuori concorso. L’opera è tratta dal romanzo di Domenico Starnone. In questa pellicola la centralità della narrazione si concentra sulla vita di coppia, tramata tra parole e azioni, tra silenzi e sospesi, tra non detti e tradimenti.

È un racconto intenso, emotivamente coinvolgente che tocca l’anima di ognuno portando a riflettere sulle proprie relazioni.




Già il libro propone dense riflessioni che stimola l’introspezione e la valutazione sui legami che si costruiscono nella vita. Molte cose del libro si ritrovano all’interno del film così che sembra essere un discorso unico arricchito da immagini visibili allo spettatore. Non più solo il lettore che con il suo immaginario costruisce la scena, ma scene messe insieme come un grande puzzle della vita che richiamano il romanzo.

Una riflessione che emerge dirompente richiama la natura dei legami spesso nascondono e urlano un «lègami» a te nonostante tutto, poiché la vita fuori dal nucleo familiare si fa nullificante. Nulla può esistere senza l’appartenenza alla famiglia, l’amore può svanire ma nessuno può scindere questo insieme di persone.

Daniele Luchetti ci mostra come poter «soffrire in modo simpatico», dando vita a una sceneggiatura, scritta dallo stesso Starnone, con il regista e Francesco Piccolo (sceneggiatore di Habemus Papam) cucita insieme con un sarcasmo a tratti profondamente malinconico. 

La trama della sceneggiatura così come del libro può apparire scontata, banale: un semplice racconto familiare, eppure, ricamato in quel racconto ci sono una fitta rete di ricordi di una coppia di coniugi con un matrimonio consumato dal tempo.

Loro hanno perso la direzione, non hanno più progetti insieme, solo rancore e rabbia, cuciti addosso come un bell’abito sartoriale, così che non riescono a trovare la forza né di andare avanti né di tornare indietro.

Il loro è un passato ormai liso, sdrucito, stanco e privo di aspirazioni, dove il presente irrompe all’improvviso con una «novità» destabilizzante, un terremoto non previsto.

Uno tsunami inaspettato che scompiglia i fragili fili di una famiglia ormai in frantumi. Dà la botta finale ma nel momento stesso della dirompenza della notizia pazienti mani rimettono insieme i vari cocci andati in frantumi con una colla ancora più forte. Il vaso è rotto, le tracce sono ben visibili.

Il cast di primo livello sa ben dosare il ritmo, l’atmosfera, le sfumature, le declinazioni sulla forza e la fragilità dei rapporti umani.

In tutta questa zuppa di emozioni ci sono i figli, proprio quei lacci che si annodano e snodano all’interno della coppia evidenziando in tutta la sua drammaticità la fragilità umana. Le liti tra moglie e marito emergono con dolorosità, tracciate da feroci schermaglie sotto gli occhi attenti dei figli, che dovrebbero rappresentare il nucleo forte del legame familiare ma che in effetti sono solo l’anello stonato di un insieme disarmonico. Loro raccolgono ogni momento nella loro memoria cose se fosse un tesoro di latta da ripresentare quando ci sarà l’occasione, quando la maturità li metterà difronte alle loro fragilità, alla loro incapacità a costruire legami sani.

Daniele Luchetti ha ricamato un’opera cruda sulle dinamiche familiari, sulle ricadute sui figli, sull’epilogo drammatico che si attualizza. L’odio, il rancore, la rabbia sono il viatico su cui l’incrinatura relazionale si poggia. Ha il sapore amaro di chi non riesce più a digerire nulla perché il limite è stato oltrepassato e adesso non resta che il rigurgito del passato.

In una Napoli anni ’80 Aldo (Luigi Lo Cascio) e Vanda (Alba Rohwacher) entrano in crisi quando lui si innamora della giovane Lidia (Linda Caridi). Trent’anni dopo, Aldo e Vanda sono ancora sposati. Restano legati a quei «lacci» intrappolanti dettati da mille e più pregiudizi che si annidano nell’animo umano e nella cultura cui appartengono.

Aldo, per Vanda, è un vero mostro, colui che ha rovinato la famiglia. Lui, nonostante tutto, difenderà la moglie dagli amici privi di sensibilità. Perché quando – gli amici - gli dicono che la moglie è antipatica, lui senza troppi giri di parole risponde con un: «è difficile soffrire in modo simpatico».

Un racconto sui sentimenti, una storia di lealtà e infedeltà, di rancore e vergogna, dove il tradimento, il dolore, una scatola segreta, la casa devastata, un gatto, la voce degli innamorati e quella dei disamorati sono il palcoscenico dove tutto accade.

Adriano Giannini e Giovanna Mezzogiorno sono i figli adulti di questa coppia così smarrita. Sono gli eredi perfetti di tutti gli errori che hanno vissuto durante il loro sviluppo, la loro crescita, così che li ripropongono spontaneamente senza troppe censure dimenticandosi che certe esperienze possono essere elaborate e trasformate.

La traccia indelebile su cui il tutto poggia è l’assoluta mancanza d’amore, la famiglia è il perno su cui tutto ruota, il resto è in secondo ordine, l’amore non ha spazio, non ha terreno su cui mantenersi in vita.

Alla fine della pellicola i due protagonisti lasceranno il posto a Silvio Orlando (Aldo) e Laura Morante (Vanda), che li vedranno ormai maturi e in là con gli anni. Ci saranno monologhi intensi dove la traccia indelebile di quel legame soffocante dirompe come una falce mettendo in bella mostra i «lacci» indelebili dei «lègami» a te!

Così Silvio Orlando (Aldo) dice a Vanda: «Visto che sai tutto chiudiamo il discorso» - aggiungendo - «per stare insieme bisogna parlare poco, l’indispensabile».

Trent’anni di vita familiare, due generazioni, racchiusi in una pellicola per il cinema, dove i legami sono un vero e proprio filo spinato, dove l’amore si è perso nella notte dei tempi.

Un film da non perdere che aiuta a fare una riflessione accurata sulla personale modalità di costruire i legami, viverli e mantenerli sani.

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