Non ho paura di ammetterlo: sogno il vero amore

La creatività unità alla sua intelligenza stimolano il suo stato dell’io bambino sempre pronto a regalargli lo spunto per toccare l’anima dello spettatore che si lascia coinvolgere dalla delicata carezza della leggerezza che profuma d’infinito e possibile. Ogni battuta, ogni sospiro, ogni argomento trattato e proposto ha sempre un fondo di verità bruciante che non lascia nulla al caso. Maurizio Ferrini, attore comico, colto e raffinato si racconta.




Un ricordo di Maurizio bambino?

Infanzia felicissima. Giocavo con Daniele. Per nostra fortuna suo padre era un falegname. Aveva la botteghina come Geppetto. Ogni giorno costruivamo qualcosa. D’estate andavamo tutti i giorni al cinema, ogni giorno un film diverso. È stata una bella infanzia.

Ma tu chi sei?

Sono un ragazzo poliedrico che non ha avuto fissa dimora per tanti anni, ho viaggiato tutta la vita. Non rimpiango nessuna esperienza che ho fatto, perché sono io grazie a quello che ho fatto. Scelte belle, brutte però ero sempre io al 100%. Non mi sono mai fatto di stupefacenti, sono sempre stato io: lucido e consapevole, coerente con me stesso.

Sei felice?

Si, perché sto facendo cose che mi piacciono molto. Sono entusiasta di fare il testimonial per Riccione Piadina. Fanno la piadina come la mia mamma. Non faccio il semplice testimonial, siamo un gruppo di amici a cui piace sperimentare e divertirsi. Mi lasciano ampio spazio alla creatività e mi diverto tantissimo. È una vera palestra creativa.

E la Signora Emma Coriandoli?

Le piadine sono proprio quello che ci vuole per lei!

Hai un percorso di studi importanti perché la decisione di fare il comico?

Volevo fare il medico perché ho l’animo Ippocratico. Avevo altre passioni: la grafica, le lingue e recitare. Ho fatto la Scuola Politecnica di Design a Milano, poi lo spirito Ippocratico è riemerso e ho deciso di curare le malattie cercando di far ridere.

Ti senti un privilegiato?

Sono assolutamente un privilegiato perché intanto sono di là dai sogni realizzati. Sono già al terzo, quarto sogno realizzato. Il mio sogno era di fare il comico, ma sono oltre perché ho fatto cinema, televisione, e adesso sono nella fase dell’autonomia creativa e sono riuscito ad ottenerla grazie a Riccione Piadina.

Come nasce la signora Emma Coriandoli?

È stato Gianni Boncompagni a darle il nome. È stato il primo personaggio che ho caratterizzato negli anni ‘80. La facevo in dialetto e non travestito.

Perché hai deciso di travestirla?

Ero a casa di Gianni Boncompagni, eravamo molto amici, gli racconto il personaggio. E lui mi disse: “la vestiamo e la facciamo parlare italiano”. Lui ha capito che questa sarebbe stata la forza di questo personaggio.

Che cos’è il talento?

È una cosa che dona Dio. La persona ha poi la libertà di tirarlo fuori oppure lasciarlo lì.

Per te cos’è stato?

Una grande sfida. Un esercizio da Samurai, da difendere a costo della vita. Ho difeso la Coriandoli quando la volevano mettere in situazioni delicate, rinunciando a molti soldi. Le mie scelte hanno sempre messo davanti il talento. Non ho mai fatto scelte di cui, poi, mi potessi vergognare. Il talento è una cosa sacra e richiede impegno.

Cosa vuol dire essere falliti?

Sbagliare lavoro, non riuscire a tirare fuori la propria natura, il proprio talento.

Hai fallito?

No!

La famiglia?

Non ho una famiglia. Ho una sorella in vita molto bella, con nipoti che amo, i miei genitori sono mancati. Sono molto felice ma non ho un figlio, non mi sono mai sposato, e tante volte ci fosse un buon partito sono qui! (sorride).

Cosa non ami?

Le persone volgari che sono convinte di essere capaci di fare tutto loro. La cosa difficile è ignorarle perché la prima reazione sarebbe ceffoni e litigare, ma poi non lavori più.

Ti è mai capitato di incontrarle nel lavoro?

Spesso.

Come superi il problema?

Penso al mio amico primario a Desenzano che dice: “odio i miei pazienti”. Perché? “Perché la malattia di oggi è essere borderline”. Sono pronti a tutto per soddisfare i loro desideri.

Ti sei mai sentito solo?

Si, perché di fatto anche se sto molto bene da solo, devo dire che se avessi una compagna sarebbe un’altra cosa. Ho una storia adesso che è sul nascere che mi appaga. Se diventasse una vera storia d’amore io sarei più felice. Però si, mi manca una compagna. Ho un buon equilibrio vivendo da solo ma non è esaustivo.

Come hai vissuto la pandemia?

Scrivo molto e questo per me è stata una fortuna, ha cambiato poco nella mia vita. Resto molto in casa. Mi sento un privilegiato.

Come ti senti?

Uno che ancora nel lavoro può e vuole dare tanto.

Cosa farai da grande?

Il mio grande sogno è il cinema. Vorrei fare un film che sia mio. Che nasca dalla mia creatività, dalla mia penna. Un’umile opera che però sia mia.

Per concludere ci racconti una perla di simpatia?

Mario Marenco urlava in aereo appena decollava, così tutti quelli che avevano un equilibrio precario si mettevano ad urlare anche loro. La stessa cosa nell’atterraggio urlava: “non ha le ruote, non ha il carrello”. C’era il delirio. Al ristorante mentre mangiava, ad un certo punto faceva un urlo beduino e la sala si girava tutta verso di lui. Non potevi fermarlo. Mario era così: un personaggio nel personaggio.

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