Per educare i miei figli resto bambina

Bella, emozionante, intensa: Annalisa Minetti si racconta.

La tua carriera inizia con Miss Italia, cosa ricordi?

Mirigliani, ricordo lui. È stato un uomo molto attento, paterno, con la capacità di rendere sicura, consapevole ognuna di noi. Ci ha insegnato che la bellezza non è solo aspetto fisico ma una crescita interiore. Ricordo che mi chiese cosa avrei voluto fare, gli dissi: “vorrei cantare”. La sua risposta fu: “usa questo palco per poterlo dire a tutti”.




E la musica?

Volevo fare la ballerina, amavo Lorella Cuccarini. Mi chiudevo nella mia cameretta e mi mettevo a ballare. Se Lorella si metteva il body nero o verde lo facevo anche io.

Poi cos’è successo?

Un Natale, insieme a mio zio, ci siamo messi a strimpellare la chitarra. Mi piaceva cantare. Avevo una bella vocalità e mio zio mi disse che avrei potuto iniziare a cantare con lui nei piano bar. Poi ho conosciuto un gruppo di ragazzi - alcuni di loro ancora suonano con me – mi hanno preso nel loro gruppo. Abbiamo iniziato a fare il piano bar questa volta come professione.

Quanto è importante lo sport?

Lo sport dovrebbe essere importante per chiunque. Ho seguito l’istinto che mi ha portato a percepire delle abilità nelle attività motorie. Lo sport ha in sé una componente che l’attività motoria non ha: la parte competitiva che rende possibile l’integrazione e l’inclusione.

Questa scelta cosa ti ha permesso di dimostrare?

Potevo essere unica. Arrivavo da un mondo artistico e mi impegnavo in un mondo sportivo. L’integrazione e inclusione hanno fatto della mia esperienza negativa un’opportunità, un’occasione per tutti, soprattutto per me!

Anche tu sei “veloce come il vento”?

Come Iris, la Dea messaggera di Zeus, una storia che mi ha sempre affascinata. Amo la mitologia greca. Alcuni personaggi mitologici mi hanno illuminato, mi hanno aperto un terzo occhio.

Cosa intendi?

La possibilità di utilizzare l’immaginazione oltremodo e andare – permettimi il gioco di parole – oltremodo oltre. Le persone molto spesso si limitano a vedere io invece ho imparato a guardare. Quando questo accade vedo molte più cose. La mia vita, in questo modo, ha preso una velocità assoluta. È una luce che arriva dall’interno e gli altri non possono vedere tanto è veloce.

Guardare è toccare l’altro?

Assolutamente si! Guardare è anche utilizzare qualcosa di diverso. La gente spesso mi dice: “tu non vedi”. È il mio corpo che non vede ma la mia anima non ha alcuna limitazione.

Sei cattolica?

Sono profondamente cristiana anche se nella religione Buddista ho trovato la filosofia dell’amore. L’amore – come ci ha insegnato Gesù – poteva risolvere tante cose, poteva addirittura far tornare a vedere, a camminare.

Cosa significa non vedere?

Per me è stata un’opportunità. Non sarei stata la donna che sono.

Hai avuto paura?

Per quanto mi abbia fatto paura e mi spaventi il confronto con gli altri che si limitano a vedermi disabile pur nella mia cifra stilistica, sono consapevole che io sono altro grazie alla disabilità.

Perché?

Mi sono accorta che ero abile diversamente, non diversa ma ricca. La mia diversità non è un limite è risorsa.

Che mamma sei?

Esaurita direi! (ride) Sono una mamma paziente e autorevole. Utilizzo il no. I miei figli sono nel mio mondo come io sono nel loro. La parola magica è gioco. Mi piace che i miei figli si fidino di me e si confidino.

Cosa significa?

Credo che il potere dell’educazione per un genitore sia ricordarsi di quando era bambino, altrimenti non puoi capire i tuoi figli. Anche se a volte hanno delle reazioni che ti disarmano e ti fanno perdere la pazienza.

Tu la perdi mai?

A volte si, ma il concetto del gioco ci raduna tutti e ci rende più o meno tutti uguali in casa. È una dimensione, quella del gioco, che mi fa comprendere le loro varie fasi evolutive.

I tuoi figli ti hanno mai chiesto nulla della tua malattia?

Fabio da piccolino mi faceva un sacco di domande.

Ci fai un esempio?

Quando doveva prendere delle medicine gli dicevo: dai che questa medicina ti aiuta a guarire. E lui: allora perché tu non la prendi per gli occhi.

Tu gli hai spiegato il motivo?

Certo. Gli dicevo che ci sono delle malattie che guariscono e altre come quelle di mammina che non possono avere una cura.

C’è qualcosa che vi unisce in questa sfida?

L’autoironia. Spesso Fabio mi prende in giro quando lo sgrido, lui si sposta e io non me ne accorgo perché sono così presa che sono concentrata in quello che faccio. Se io l’ho sentito di fronte a me a un certo punto lo sento parlare più lontano tant’è che si è spostato al piano di sopra.

È vero che nelle cellule staminali di tua figlia si racchiude la possibilità di tornare a vedere?

Nelle staminali in generale c’è la risoluzione a tante patologie degenerative. Siamo tutti qui che speriamo che un giorno ci dicano che è possibile utilizzarle. Ancora non ci sono cure ufficiali per il mio problema con le staminali. Io, intanto, le ho messe da parte così nel momento in cui abbiamo la certezza che ci sia una cura ufficiale e diventa una cosa sicura possiamo utilizzarle.

Come sei riuscita ad elaborare la sofferenza e rinascere?

Ho avuto vari momenti di rinascita. La prima accettare la mia condizione. Non ho mai fatto parlare troppo il mio dolore, nel momento in cui arrivava lo eliminavo. Immagina come se avessi avuto in casa un grande tappeto e ogni volta che arrivava il dolore lo mettevo lì sotto e ci passavo sopra; a un certo punto il tappeto è diventato una montagna ho aperto la porta e ci sono cascata dentro. Da quel momento ho scelto di cambiare vita. Il primo passo è stata la separazione dopo le mie prime Olimpiadi.

Cosa ti sei detta?

Se sono riuscita a fare una cosa così grande, con tanti sacrifici, perché non posso riprendermi la mia vita e cambiare? Da lì la svolta. Ci sono riuscita, ho ritrovato me stessa e deciso rispettando i miei bisogni.

Progetti futuri?

Le Olimpiadi a Tokyo. Per la parte artistica farò un’esperienza incredibile televisiva che nessuno pensa possibile. Farò vedere il mondo dal mio punto di vista

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