Per fare figli ci vuole incoscienza

Se qualche decennio fa raggiunta la maggiore età, trovato il fidanzato o la fidanzata, le tappe da percorrere nella vita avevano una sequenza preconfezionata dalla tradizione: lavoro, fidanzamento, matrimonio, figli.




Oggi, giunti al XXI secolo, è tutto radicalmente cambiato. I punti di riferimento non sono più quelli che avevano dato alle generazioni passate, ovvero un percorso fatto di certezze e sicurezze, attualmente i parametri di riferimenti viaggiano su canali come: laurea, lavoro, successo, relazioni mordi e fuggi, vita da single e poi dopo i 40 (per le donne) e 50 (per gli uomini) è possibile pensare a una famiglia, forse a dei figli, ma solo se non sono troppo d’impiccio.

Insomma, prima c’è la costruzione del proprio successo, abbinato al divertimento, a relazioni senza troppe responsabilità e poi, solo poi, forse, la costruzione di una famiglia.

In una manciata di decenni si è sgretolato tutto all’insegna dell’Io, dell’ego più radicato. Sembra essere stati catapultati in un pianeta abitato da tanti Narcisi, dove il riflesso di sé è l’unico di cui innamorarsi. Così in questa costellazione di single incalliti, di fame di successo, di attrazione fatale su sé stessi, i bambini non nascono più, tanto che sembra un’idea e un progetto abortito all’origine. Con un pargolo da gestire tutto diventa più complicato, i tempi sono dettati dalla responsabilità della sua crescita, del prendersi cura della sua evoluzione a scapito di serate con gli amici, week end strepitosi, fanciulle e fanciulli che ravvivano le notti per poi essere messi nel dimenticatoio.

Come potete ben capire i bambini in questo pacchetto «successo e divertimento» non sono assolutamente compresi. La maternità o la paternità non è l’unico destino possibile, per fortuna c’è anche altro. Ma siamo davvero sicuri che l’altro nutra e soddisfi allo stesso modo?

Il rifiuto della maternità o della paternità è ancora un tabù. Le donne childfree sono guardate quasi sempre con diffidenza, c'è ancora uno stigma sociale che ruota intorno a loro, meno forse per gli uomini. Oggi le donne che scelgono di non avere figli sono sempre più numerose, soprattutto nei paesi del Mediterraneo. Poi, a un certo punto sulla soglia della menopausa si risvegliano e tentano artefici incredibili pur di avere un figlio. Pensate alla coppia di ballerini Enzo Paolo Turchi e Carmen Russo, i due hanno annunciato la gravidanza nel 2012, la ballerina aveva 53 anni e Enzo 63, e la notizia rimbalzò sui media nazionali provocando molto scalpore, e tanti li definirono futuri genitori-nonni, visto l’età avanzata che li vedeva alle prese con l’arrivo di una piccola.

A loro si sono affiancati tante Star del cinema e della canzone che hanno cercato un figlio quando ormai il successo era consolidato. La famosa attrice Halle Berry ha avuto la prima figlia, Nahla, a 42 anni, nel 2008, dal modello Gabriel Aubry.

Alessandra Martines, nell’ottobre del 2013, ha dato alla luce il piccolo Hugo. La Martines è divenuta madre a 49 anni!

Nel 2018, la famosa coppia formata da Daniel Craig e Rachel Weisz ha annunciato l’arrivo del loro primo figlio, la bimba è nata nel 2018, quando Rachel aveva 48 anni e Daniel 50.

Torniamo alla nostra riflessione, una domanda sorge spontanea: perché c’è un calo della maternità? Le madri di oggi non sono madri e basta. Hanno carriere professionali, hanno interessi intellettuali, sportivi, sono fidanzate, compagne, mogli e sono anche madri. La madre tradizionale è andata in archivio. Basti pensare alle dive del cinema che decidono dopo i 50 anni di avere dei figli.

L’istinto materno non c’è più? Alcune donne non vogliono avere figli, non fa per loro, altre ancora che rimandano a dopo la carriera. Oggi le donne hanno la possibilità di scegliere cosa fare del proprio corpo: possono decidere di avere tanti bambini, di avere un solo bambino, di prendere la pillola per non averne affatto. Alcune donne, una fetta minore, decide di ricorrere alla sterilizzazione. La paura di restare incinta può nascere da un vissuto antico, così che la soluzione sembra passare dalla rimozione a monte del rischio.

A questo si aggiunge che il nostro Paese vive un dramma importante: la mancanza di lavoro, spesso alcuni giovani hanno un lavoro precario e non possono fare progetti di vita, tanto meno impegnarsi a far nascere un bambino. Così tra il lavoro che scarseggia e l’epoca del successo a ogni costo ci ritroviamo in un Paese che invecchia, che non fa figli, ma che insegue disperatamente la crescita, il benessere e il Pil.

Insomma, o sei proiettato al successo o sei immerso in un baratro, dove l’unica possibilità è il reddito di cittadinanza. In tutto questa incertezza si aggiunge la crisi delle relazioni. Viviamo in una società che ha paura di mettersi in gioco, con tutte le responsabilità che questo comporta.

L’educazione sentimentale ha lasciato il posto alle chat, più veloci e senza troppe responsabilità, le relazioni richiedono tempo, investimenti, risorse e coraggio, aspetti, questi, che mancano. Le persone cercano sempre più affetto senza rischio.

Perché ci siamo ritrovati in una società come questa? Perché ci sono da una parte persone costrette a rinunciare alla genitorialità dall’altra individui che buttano il cuore oltre l’ostacolo così da non doversene prendere cura?

Eppure, durante il primo lockdown c’è chi ha ipotizzato il mini babyboom. Purtroppo, non è stato così! Tuttavia, va anche considerata una cosa importante: la fecondità non è eterna e l’età biologica della donna è essenziale per fare spazio alla fecondazione del suo ovulo. Niente nella vita è casuale.

Non a caso Save The Children ha intitolato «Le equilibriste» il rapporto 2020 sulla maternità: «In Italia solo il 57 per cento delle madri tra i 25 e i 54 anni risulta occupata rispetto all’89,3 dei padri e solo il 24,7 per cento dei bambini frequenta un servizio socio-educativo».

Allora che cosa fare? Come affrontare questa situazione che non lascia assolutamente tranquilli? Sarebbe importante avere un’inversione di marcia, un capovolgimento delle abitudini e della ricerca del successo, anche perché il successo si può raggiungere anche se decidiamo di avere un figlio. Nella scelta di ciascun individuo c’è un padre, una madre e la storia che abbiamo avuto con i nostri genitori. Spesso i modelli genitoriali e l’ambiente dove la persona è cresciuta non sono del tutto positivi, così che da adulti le persone continuano a fare i conti con quelle figure di riferimento o con l’ambiente dove sono stati. Così molte scelte di non maternità o paternità sono dettate dalla storia individuale che inevitabilmente porta a scegliere una vita da single senza troppe responsabilità e una strada dedita al successo (sempre che la persona sia fortunata ad avere un lavoro). Se la storia è questa l’inversione di marcia è assai ardua, ma c’è sempre una via ulteriore, perché non provarla?

La via ulteriore è cercare di essere meno egoisti, meno centrati su sé stessi e dare spazio alle emozioni, alle responsabilità che non affossano anzi fanno evolvere. La vita ha senso e significato solo se nel suo andare e nel suo progetto c’è scritta la narrazione di un esserci in coppia all’interno di un insieme costruito e voluto, cercato e desiderato. Concludo con una riflessione importante fatta da Andrea Roncato che ha dichiarato di essersi pentito di aver abortito affermando: «Un figlio mi manca, è stato il vero errore della mia vita. Quando ero molto giovane ho avuto la possibilità di diventare padre, di avere un figlio, ma feci un aborto. Adesso sono diventato estremamente antiabortista». Al figlio mai nato dedica una poesia: «T’avrei voluto volere quella volta che non ti ho voluto». Tutto ciò dovrebbe farci riflettere.

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