Primo: rompere il silenzio e chiedere aiuto

La violenza è un fenomeno complesso, racchiuso in infiniti volti, definito all’interno di un esserci che annulla l’esistenza. Chi vive l’esperienza della violenza si ritrova in un territorio ghiacciato dove qualsiasi itinerario per cercare una via di fuga fa scivolare e tornare al punto di partenza. Così s’innesta un circolo vizioso dove il terrore ha il sopravvento diventando il burattinaio di un dramma che non ha conclusione se non, spesso, con la deriva della vittima fino a quando si perde anche l’ultimo respiro.





Le motivazioni che innescano un comportamento violento sono molteplici, appartengono alla storia individuale, alla modalità con cui si sono costruite le prime significative relazioni.

Il bisogno di essere amati, la mancanza di nutrimento di questo bisogno è il nucleo da cui, spesso, può germogliare il comportamento violento. La vittima si trova in una dimensione di follia e smarrimento, cerca di porsi come salvatrice del partner per cercare di non scivolare nel vuoto, ma ogni tentativo si fa vano.

Così le donne si confrontano con la perdita di controllo del partner che le fa vivere all’interno di una prigione di non detti, di censure, di silenzi, di vuoto, di terrore, di angosce, dove la possibilità di salvarsi si annulla nella dipendenza dall’altro, unica via possibile per restare vive (così credono molte donne). Perché è difficile chiedere aiuto? La difficoltà si annida all’interno dell’anima coniugata con mille emozioni che sedano la spinta alla richiesta di aiuto, c’è paura del giudizio, del fallimento, di non riuscire a salvarsi, angoscia nel ritrovarsi faccia a faccia con l’uomo che si ama e che ci può togliere la vita. Le donne vittime di violenza sono completamente soggiogate dal gioco relaz