Ragazzi la fede è anche bellezza (on Visto)

Bello, giovane, buca lo schermo televisivo come le star del cinema. Don Davide è una persona speciale anche se lui «fin da bambino sentiva il bisogno di non sprecare la vita». Lo definiscono un «sex symbol», dallo sguardo ispirato, la barba incolta e due occhi che parlano nel silenzio per uno che «non voleva diventare prete e ho combattuto molto contro la mia vocazione». Una sfida fatta di tante variabili e declinazioni variegate per uno che come ci dice: «ho lasciato tutto per vivere in comunità e inaspettatamente ho poi sentito la chiamata al sacerdozio».




Ricorda padre Ralph anche lui, come il protagonista di Uccelli di rovo, ha conosciuto l’amore: «ho vissuto un fidanzamento di quasi tre anni», poi la fede ha avuto il sopravvento pur incontrando strada facendo donne che lo hanno corteggiato. «In 14 anni di sacerdozio ci sono state situazioni diverse (…) ho chiarito la mia posizione, ne ho parlato con i miei superiori in trasparenza», perché in fondo la vita è fatta di scelte. Lo abbiamo intervistato e lui ci ha regalato uno spaccato di vita interessante intrecciata con i suoi impegni sia televisivi sia ecclesiastici sia sociali in aiuto dei ragazzi che si perdono. In fondo lui ci dice: «Il peso specifico dell’anima è l’amore (…) l’amore è l’unica vera fonte della felicità».

I viaggi del cuore, un Format TV assolutamente vincente?

«Per me è avvincente, credo in ciò che comunico e lo faccio insieme ad una grande squadra che oramai è diventata una famiglia. Abbiamo iniziato a viaggiare nel 2016 e non ci siamo mai fermati».

Secondo lei, da cosa dipende il successo del programma?

«La forza della squadra e l’aver investito sulla bellezza attraverso la qualità; poi il taglio culturale e spirituale reso pop, proponendo contenuti accessibili. Diamo una narrazione storica e artistica dei luoghi visitati; la dimensione sociale e umana emerge grazie alle storie di vita che trattiamo con esperti, scrittori e giornalisti».

Come si coniuga cultura e spiritualità in televisione?

«Siamo sempre più abituati a immagini veloci, contenuti consumati rapidamente, credo sia possibile proporre temi esistenziali, storie di vita, approfondimenti culturali e religiosi se si riesce a dare spessore narrativo e qualità senza annoiare e trovando i giusti compromessi. La cultura diviene un percorso che il telespettatore, preso per mano, può vivere come esperienza grazie al programma, mettendosi davvero in cammino con noi, mentre la spiritualità deve essere un’autentica espressione di ciò che le persone vivono o i luoghi raccontati esprimono. Diventa decisivo essere reali e veri senza scivolare nel reality o nel talk, perché hanno un linguaggio televisivo diverso».

Missioni don Bosco come si inserisce in tutto questo?

«C’è un legame personale con san Giovanni Bosco, nato con la co-conduzione del Concerto di Natale in Vaticano. La Pandemia ha accelerato la presa di coscienza di come siamo interconnessi e grazie a Missioni don Bosco allarghiamo i nostri orizzonti in Paesi del Sud-America, dell’Africa e dell’Asia, valorizzando quanto i missionari fanno nel Mondo».

Che cosa raccontate nel programma?

«Partiremo da Loreto, poi andremo in Irpinia con degli speciali dedicati alle Catacombe romane; poi a Genova, con i caratteristici “carruggi”, i santuari e uno degli acquari più grandi al mondo; un viaggio sarà dedicato a san Giovanni Bosco visitando Valdocco; andremo in Umbria e in Toscana, in particolare a La Verna, il luogo dove san Francesco d’Assisi ha ricevuto le stigmate».

I Viaggi del cuore hanno una valenza sociale e formativa, per quale tipologia di spettatore sono pensati?

«Abbiamo particolarmente a cuore i giovani, per questo abbiamo creato il progetto Ciak si gira, che prevede un approccio innovativo alla prevenzione e al contrasto dell’abbandono scolastico, di devianza e al bullismo, con una formazione esperienziale al media televisivo e cinematografico. I giovani sono sul set con noi per quattro anni».

Il mondo degli adolescenti è un mondo particolare, ritiene che possano trovare aiuto da questo format?

«Molti insegnanti mostrano alcune puntate durante laboratori o lezioni e diversi ragazzi vedono estratti on demandattratti dalle storie di vita. Il progetto Ciak si gira ha una sua incisività perché i giovani che vi aderiscono già da un anno ne sono entusiasti. Lo scopo del progetto è trasferire competenze, rendendoli protagonisti. L’idea finale è di far percepire loro è possibile realizzare i propri sogni se ci si impegna. Alla fine del progetto dovranno realizzare un format tv che firmeranno e andrà in onda in una rete nazionale. Il progetto è finanziato dall’Impresa sociale Con i bambini e dalla Fondazione Affinità, con un ampio partenariato (Nuovi Orizzonti, La Fake, Me Production, Ali Blu, Moige)».

Don Banzato si occupa di dipendenze, come si rapporta con i giovani?

«Vivo con loro quotidianamente in comunità, ho un rapporto diretto e semplice. Con quanti vivono un percorso di recupero dalle dipendenze si instaura una relazione di aiuto e una paternità che richiede molte energie, riservando gioie e anche dolori, perché si ha a che fare con la vita e la morte delle persone, senza parlare delle dinamiche familiari nelle quali si è per forza coinvolti».

Lei è un uomo molto sexy, un sacerdote che si mette in gioco, una curiosità: come è nata la sua vocazione?

«Fin da bambino sentivo il bisogno di non sprecare la mia vita, per questo entrai in seminario minore, ma uscii da quell’esperienza ferito e arrabbiato con Dio e la Chiesa. Dopo alcuni anni, vissuti lontano dalla fede, è arrivata la conversione incontrando Chiara Amirante e Nuovi Orizzonti. Mi avevano colpito i suoi occhi luminosi pieni di gioia e la luce che vedevo negli occhi dei ragazzi che erano usciti da storie di carcere, strada, dipendenze. Ho lasciato tutto per vivere in comunità e inaspettatamente ho poi sentito la chiamata al sacerdozio».

Perché un uomo attraente come lei sceglie la strada della chiesa?

«Sinceramente io non volevo diventare prete e ho combattuto molto contro la mia vocazione. Molte volte mi viene detto che ciò che faccio avrei potuto farlo anche non essendo prete ed è vero, a parte l’esercizio sacramentale specifico, ma ho percepito una spinta interiore così chiara alla quale non sono riuscito ad oppormi, simile all’innamoramento, dove non si ha nessuna certezza che sia la persona giusta, ma si vive un trasporto impossibile da contrastare, anche se poi il per sempre non è mai il frutto di una promessa, ma un sì d’amore che chiede conferma ogni giorno».

È mai stato fidanzato?

«Ho vissuto un fidanzamento di quasi tre anni proprio prima di sentire la chiamata al sacerdozio e ho avuto altri innamoramenti importanti nella mia vita, che reputo dei doni da custodire nel cuore perché l’amore è sempre un dono».

È mai stato corteggiato nonostante i voti sacerdotali?

«Sì, è capitato».

Se sì, come ha reagito?

«In 14 anni di sacerdozio ci sono state situazioni diverse, ma la scelta di vivere in comunità è per me una vocazione, una custodia, avendo una vita di fraternità e persone con cui camminare insieme. Generalmente ho chiarito la mia posizione, ne ho parlato con i miei superiori in trasparenza e ho condiviso con alcuni fratelli e sorelle di cammino».

È mai andato in discoteca?

«Sinceramente no, non ne sono mai stato attratto. Mi piacevano i locali con la musica dal vivo e la possibilità di dialogare. Ero un po’ sui generis da questo punto di vista. Ci sono entrato molte volte da missionario laico e da sacerdote per incontrare i giovani, stare con loro, evangelizzare e fare prevenzione».

Cosa pensano i giovani del suo approccio innovativo alla chiesa?

«Dovremmo chiederlo a loro. I giovani sono capaci di fiutare subito se una persona è autentica o se finge. La mia esperienza è sempre positiva, trovando ascolto reciproco, dialogo, interesse, come se attendessero qualcuno che vada a chiedergli davvero “Come stai?”. Chiara Amirante fa l’esempio calzante di un deserto in cui si porta un bicchiere d’acqua a degli assetati, non c’è tanto da spiegare, lo prendono subito e lo bevono chiedendone ancora».

Quanto le esperienze di bullismo, di abbandono scolastico, di devianza giovanile, di contrasto all’illegalità, influenzano la crescita dei giovani?

«Sono traumi che segnano per tutta l’esistenza una persona creando ferite e paure condizionanti che necessitano di cura e riabilitazione. Nuovi Orizzonti offre un percorso di conoscenza di sé e guarigione del cuore che si chiama Spiritherapy».

Come si possono contrastare questi fenomeni?

«Con la prevenzione, poi con l’accoglienza residenziale e percorsi ad hoc per chi è già caduto nelle dipendenze e offrendo a tutti il percorso della Spiritherapy ideato da Chiara, che parte dal presupposto che ciò che ci distingue da tutte le altre creature è la nostra capacità di amare, la nostra dimensione spirituale, puntando a individuare le proprie paure e ferite condizionanti per risanarle e crescere nello scoprire talenti e capacità, investendo sul positivo».

Don Banzato ritiene che il programma possa essere un primo passo verso la prevenzione?

«Con il progetto Ciak si gira sì, per i giovani che ne usufruiscono almeno. Poi le pillole di Spiritherapy e la possibilità di conoscenza e di condivisione di esperienze possono essere un piccolo contributo. Però il focus del programma non è questo e per quanto chiede stiamo pensando ad un format specifico da tempo, sentendone anche l’urgenza».

L’ordine dei Salesiani da sempre danno vita a esperienze innovative, desiderio di adeguarsi ai tempi che cambiano oppure …?

«I Salesiani sono davvero sempre avanti in tutti i sensi, in prima linea in Italia e nei vari Paesi del Mondo nella formazione, nell’educazione e nel cercare nuove vie di comunicazione, come del resto faceva il loro fondatore don Bosco, che ha iniziato a incontrare i giovani in strada facendo giochi di prestigio».

Lei, don Davide Banzato, come ha iniziato il percorso televisivo?

«È stato casuale, prima con una sostituzione in radio e poi a Rai2, scoprendo un dono comunicativo di cui ero ignaro».

Come riesce a gestire sacro e profano?

«Cerco di avere delle regole di vita chiare. Prima di tutto viene ciò che sono chiamato a fare come sacerdote in comunità, a cui dedico di fatto tutto il mio tempo, avendo un regime di vita scandito da preghiera, servizio, condivisione, sport. Poi ho alcuni giorni al mese che sono dedicati alla comunicazione come servizio pastorale, concordando sempre in obbedienza con i miei superiori quali progetti accettare e quali no, perché non voglio portare me stesso, non avrebbe senso. Deve dunque prevalere la vita e così si può avere qualcosa da comunicare».

Quanto l’esperienza del Covid-19 ha influito nel Format?

«Ha inciso molto, purtroppo, perché ci ha fermati nell’edizione di primavera, dovendo mandare in onda delle repliche e non ci ha permesso di fare dei viaggi già programmati in Terra Santa, a Lourdes, a Medjugorje, in Africa, in India e in Brasile. Speriamo che l’umanità superi presto questa drammatica fase per il bene di tutti in primis e quando poi si potrà tornare a viaggiare in sicurezza recupereremo anche questi viaggi».

Nel nuovo format che parte il 13 Settembre che cosa vedremo? Può dirci qualcosa?

«Visiteremo il Santuario della Santa Casa di Loreto vivendo un tratto di pellegrinaggio con un gruppo di giovani, visitando il Museo Pontificio e la mostra dedicata ai 500 anni dalla scomparsa del grande Raffaello e tanto altro».

Chi prenderà parte al programma oltre a lei?

«Ci sarà sempre un missionario di Missioni don Bosco, don Antonio Rizzolo direttore di Famiglia Cristiana, Chiara Amirante, fondatrice di Nuovi Orizzonti, che in questa edizione risponderà alle domande raccolte sull’impatto che la Pandemia e il lockdown hanno avuto. Alla fine della puntata chiudiamo sempre con una storia di speranza. Poi tanti giornalisti, scrittori ed esperti per i temi delle puntate».

Ci saranno ospiti nella trasmissione? Può farci dei nomi?

«In questa edizione in due puntate avremo con noi Fiona May, detentrice del record italiano di salto in lungo, in qualità di testimonial di Missioni don Bosco, avendo lei stessa vissuto diversi viaggi missionari in Africa a sostegno di diversi progetti».

Un consiglio per tutti quei giovani che hanno bisogno di una base sicura su cui credere e affidarsi?

«Per chi non ha il dono della fede direi di credere e combattere per i propri sogni, puntando sempre più in alto possibile e non smettendo mai di credere all’amore. Per chi crede, ma magari ha i suoi combattimenti, vorrei direi di non dubitare mai dell’Amore di Dio».

Un’ultima cosa: qual è il segreto della felicità?

«Ci sono alcuni segreti importanti come il vivere l’attimo presente, il saper valorizzare ciò che abbiamo e il puntare a relazioni di qualità, ma c’è un segreto che è “il segreto” ed è proprio l’amore che Gesù ha testimoniato con la vita… La misura dell’amore è la smisurata misura di Dio, che arriva a dare sé stesso per noi. Come diceva sant’Agostino: Il peso specifico dell’anima è l’amore. L'amore opera nell'anima come il peso nei corpi, l’amore ci attrae al nostro centro gravitazionale, avvicinandoci a Colui che è l’Amore, l’amore è l’unica vera fonte della felicità».

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