Rito di vendemmia

“Una vendemmia fa, così, piacere!” – scrive Giovanni Pascoli. Nella vendemmia, nella vite e nell’uva sono racchiusi un ventaglio di significati che aprono a un universo denso di mondo e vita, di emozioni e di passioni. Quando l’estate lascia il passo all’arrivo dell’autunno, i colori cambiano intensità colorandosi, giorno dopo giorno, di sfumature più intense striate di ruggine e rosso bordeaux.





Il paesaggio della campagna si modifica rispettando il ciclo della stagione che si sta affacciando. Con essa arrivano nuovi frutti a colorare e imbandire la tavola, accarezzando il piacere di chi nel cibo e nel vino trova quell’alchimia perfetta di sapori e odori. La madre terra regala acini succosi e tondi che appartengono alla vite da cui si sprigionerà il vino con le sue note fruttate e con il suo forte aroma di sottobosco.

L’uva è uno dei frutti autunnali per eccellenza, prodotti dalla divina vite. La pianta, il frutto e il prodotto che se ne trae – il vino – racchiudono una profonda simbologia che va di pari passo con questo momento dell’anno di apparente declino vitale. Tant’è che la terra accoglie il chicco di grano che muore a sé stesso per rifiorire a primavera più forte e vivace. È questo il significato ancestrale e alchemico della vendemmia: la morte attraverso cui il corpo si trasforma per rinascere a nuova vita.

La vite è la pianta per eccellenza che offre il nettare degli Dei di cui Bacco è il Dio indiscusso raffigurato in tantissime opere pittoriche, come quella del Caravaggio. La vite ha in sé la vita, racchiude l’essenza dell’esistenza e al tempo stesso offre un frutto che regala piacere e leggerezza. Inoltre, è una pianta che sin dall’antichità rappresentava il simbolo dell’immortalità. La forza di Eros e Thanatos è racchiusa in questa pianta e nei suoi morbidi frutti. La vita traccia indelebile il percorso della trasformazione di cui nessuno è immune. È pur vero che: “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma” (Antoine-Laurent Lavoisier). Tuttavia, per poter vedere la luce anche il nettare dell’uva, ovvero il vino deve attraversare un periodo di oscurità affinché possa assaporare le vibrazioni della luce in tutta la sua variegata costellazione di colori e sfumature. Vivere per certo periodo nell’oscurità permette al vino di fermentare trasformando il suo liquido in qualcosa di assolutamente prelibato.

L’antica saggezza racchiusa nella vite e nel vino insegna che il freddo e il buio sono necessari per giungere all’essenza delle cose. Un po' come il cammino del profano che deve sostare nel gabinetto di riflessione, al freddo e al buio, prima che la luce torni a incontrare il suo corpo e la sua anima. Questo permette di scendere nella parte nascosta, negli inferi, per poi ritrovare la luce e con essa il cammino da compiere nella consapevolezza di sé e dei propri mezzi. L’introspezione, l’incontro con la parte più buia dell’anima come per il vino permette di eliminare le impurità affinché il nuovo sia accarezzato dalla calda atmosfera del rinnovamento e del viatico consapevole.

Ogni germoglio ha bisogno di un seme che viene piantato nella nuda terra dove sta per un certo periodo avvolto dalle tenebre, eppure in quel buio, nella gelida terra trova la forza per sbocciare alla nuova primavera. L’energia ritrovata dà la giusta spinta alla nuova vita del seme. Questo racconta la vita con la sua vendemmia e il suo amato vino.

La vite è simbolo della divinità, dell’amore e della purezza. Famose sono le festività a essa legate che hanno attraversato i secoli giungendo a noi con l’atmosfera di qualcosa di straordinario. Non c’è stato popolo che non abbia amato il vino, non c’è persona che non si sia fatta travolgere dalla sua ebrezza, dal suo fare gentile che porta all’allegria. La vendemmia è un momento legato alla socialità, impossibile da portare avanti in solitudine.

In passato era un momento dell’anno ricco di magia, legato al mistero, alla sacralità e anche al timore, tanto che ai tempi degli antichi Romani, le cerimonie legate alla vendemmia erano celebrate sotto la protezione di Giove, il re di tutti gli Dei, affinché l’ebbrezza data dal vino non compromettesse l’equilibrio tra gli uomini e nell’universo.

Le Dionisie, feste dedicate a Dioniso, alla sua nascita, alla sua morte e alla sua resurrezione avevano la vite, il vino come mezzo di condivisione. La vendemmia, durante le celebrazioni, rappresentava l’allegoria della morte per smembramento del dio. La festa iniziava assaggiando e miscelando il vino, poi si celebrava il luogo in cui l’uva veniva pigiata e in cui si conservava la bevanda se ne estraeva fino al momento in cui sarebbe stata pronta. Infine, si festeggiava la nascita del vino e del fanciullo divino figlio di Zeus (gennaio) fino a giungere alla sua morte e al suo ritorno nel regno infero (primavera).

Ogni giorno aveva il suo rito che conduceva fino alla fine dove si celebravano le nozze di Dioniso e sua moglie. Tutti questi riti sono giunti fino a noi tanto che ancora oggi il tempo della vendemmia è un rito speciale vissuto come un momento magico di vita e condivisione.

Il vino è bevanda sacra che ancora oggi accompagna molte celebrazioni e fa da contorno a convivi, offrendo incontro e calore. Non dimentichiamoci che per i cristiani: “il corpo e il sangue di Cristo” hanno un significato profondo.

La natura e la saggezza antica ci raccontano storie che ci permettono di accedere a un mondo nel mondo ricco di storia, passione e condivisione, tant’è che: “Bere il vino non è ingurgitare liquido per saziare la sete, perché il vino ha il potere di riempire l’anima di ogni verità, di ogni sapere, di tutta la filosofia (Francois Rabelais)”.

La vendemmia è un particolare stato d’animo vissuto in una atmosfera magica, che coniuga con passione, la tradizione pur in un mondo 2.0. È un frammento di vita che scorre, si agita e si calma attorno al vino, alla terra e al paesaggio, agli uomini e alla natura, al lavoro e agli attrezzi, la magica trasformazione dell’uva in vino con il suo lungo e quieto invecchiare.

Vendemmiare è faticoso ma ha in sé una magia particolare che si rinnova di anno in anno poiché “dal ribollir dei tini / Va l’aspro odor de i vini / L’anime a rallegrar (G. Carducci)”, ripaga di tutto.

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