Se da una sventura si esce più forti

Un proverbio messicano recita: «hanno cercato di seppellirmi ma non sapevano che io ero un seme!». Da quel seme rinasce la vita, prende corpo un nuovo progetto, si struttura un cammino nuovo ma intenso. Quel seme altro non è che la resilienza che ogni individuo possiede difronte alle avversità della vita, ovvero quella forza interiore che permette di costruire e riorganizzare positivamente la propria esistenza nonostante le situazioni difficili l’abbiano travolto in un vortice di dolore e smarrimento.




Friedrich Nietzsche era solito dire: «ciò che non uccide, rende più forte».

La necessità di combattere emerge nelle sconfitte, nelle delusioni e nei conflitti quotidiani, fino a toccare le esperienze traumatiche dell’esistenza come una violenza o la perdita di una persona cara. Sono questi ultimi i vissuti che, recidono senza alcuna possibilità ulteriore, un equilibrio preesistente, ponendo la persona che li subisce di fronte a una serie di interrogativi: Perché proprio a me? Che senso ha quanto mi è accaduto? Che cosa ho fatto per meritare questo dolore? Perché sono punito così pesantemente?

Domande che incessantemente affollano la mente alimentandosi in una catena infinita di quesiti senza alcuna risposta. Di fronte al dolore dilagante, allo smarrimento, allo sconforto, alla catena di emozioni che si inanellano l’una sull’altra come a comporre una collana di perle l’unica possibilità per uscire dall’abisso è dare un senso e un significato alla propria sofferenza, che, di là dal dolore, può essere un valore aggiunto.

Detto così sembra di addentrarsi in un delirio, dove alla sofferenza si unisce un immaginario nato dal dolore eppure, ogni cosa rovesciata su sé stessa diventa l’opposto, così