Se questo è un carcere

La cronaca riporta gli eventi crudi avvenuti all’interno di alcune carceri. Uno spaccato di vita denso di omissioni e pestaggi – messi in evidenza da alcuni video - non sono opera solo della polizia penitenziaria di Santa Maria Capua Vetere ma in gran parte dell’Italia all’interno delle carceri.




Così le indagini hanno messo l’accento su morti anomale, rubricate come suicidi, punizioni individuali mirate, overdose, decessi per cause naturali. Un mondo violento nel mondo chiuso delle mura dei penitenziari, dove dovrebbe esserci uno spazio dedicato al recupero della persona che si è macchiata di esperienze forti.

Sotto i nostri occhi sono passati i pestaggi di massa, come nella casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere diventata un simbolo inaccettabile di un comportamento non certo volto al recupero dei detenuti. I fatti risalgono al 6 aprile del 2020, in pieno lockdown: le riprese delle telecamere rivelano che un detenuto in sedia a rotelle è stato preso a manganellate. La protesta fu innescata da centinaia di carcerati dopo la notizia di un caso di positività al Covid-19 tra le mura dell’istituto del casertano. Non solo nel carcere di Santa Maria Capua Vetere si sono dipanati questi eventi ma anche in altre 72 carceri italiane, dove la tensione ha provocato una rivolta sedata con violenza su violenza.

Le carceri di per sé sono un luogo particolare dove le esperienze più crude e violente della vita trovano un luogo per saldare i conti con le macchie indelebili che hanno solcato il percorso di molti individui. La vita non è certo delle migliori, lo spazio ristretto, la condivisione con individui particolari, la rabbia, la rassegnazione, il desiderio di farla finita, la voglia di riscatto si amalgamano in un percorso di vita fatto di silenzio, amarezza e voglia di uscire fuori dall’incubo del carcere. Poi, accade che oltre alla pena da espiare arriva la violenza agita da chi dovrebbe vigilare in maniera imparziale affinché il percorso sia protetto ma soprattutto volto a comprendere un comportamento etico e rispettoso.

Le indagini che alcune procure hanno avviato per far luce sui tristi fatti di cui siamo spettatori marciano a ritmo serrato e scandagliano in profondità trovando eventi che travalicano la legalità oltrepassando il confine senza alcun ripensamento. Non tutte però cercano la verità, tant’è che in alcune procure gli accertamenti restano in superficie, avviati verso l’archiviazione, come se quegli individui perché colpevoli siano sempre macchiati da una sorta di lettera scarlatta che dà la licenza di aggiungere violenza. La vera differenza che potrà condurre a non archiviare nel nulla fatti così intensi è dovuta alle immagini che le telecamere hanno registrato che confermano i racconti tristi e amari dei detenuti intrisi di botte e manganellate, aggressioni e violenze. Immagini che in questo periodo sono state sotto gli occhi di tutti anche se ci sono carceri dove l’ambiente è completamente diverso come in quello di Monza.



Intervista (2000)

Antonetta Carrabs è poeta, scrittrice, saggista, drammaturga, giornalista pubblicista e molto altro ancora. Con i suoi laboratori di poesia e scrittura creativa ha dato vita a un percorso importante all’interno della Casa Circondariale di Monza.

La poesia ha un valore terapeutico?

Credo molto nel valore terapeutico della poesia e della narrazione, l’ho sperimentato in vari contesti, in ogni luogo dove ho portato i miei laboratori è accaduto qualcosa di importante e significativo. La stessa cosa sta accadendo nella Casa Circondariale di Monza, dove abbiamo creato un laboratorio di poesia e scrittura giornalistica.

Come si definisce in questa sua attività volta al sostegno di chi soffre?

Mi sento un “poeta sociale”. Dal 2009 è partita questa esperienza di incontrare le persone con un vissuto di disagio. Ho portato la mia attività dai bambini oncologici agli anziani, ai malati in psichiatria fino ai detenuti nel carcere.

Cosa accomuna questi mondi?

Sono persone che hanno tutte una situazione di forte disagio.

Come si trova a proporre i suoi laboratori nel Carcere di Monza?

Il tutto è nato da un laboratorio di poesia e narrazione che nel corso degli anni si è trasformato in una redazione di scrittura creativa fino a giungere ad una vera e propria redazione giornalistica. I lavori escono in un quotidiano locale: Il Cittadino.

Cosa accade nelle persone attraverso la scrittura?

Le persone fanno contatto con i propri bisogni e scoprono attitudini che erano celate. È un incontro intimo con sé stessi che si può narrare e raccontare attraverso un percorso scelto. Non seguo manuali mi lascio trasportare dalla poesia che è da sempre la strada maestra da percorrere. Le persone, come è accaduto qui nel Carcere di Monza, iniziano a star bene, scoprono un mondo interiore che non conoscevano, è uno stimolo verso l’elaborazione del loro disagio e della loro pena.

Che cosa la sorprende di più di queste persone?

La loro meraviglia nello scoprire che possono scrivere un verso, una storia, intervistare una persona, soprattutto che questo li fa stare bene, trovano uno scopo per costruire la loro riabilitazione una volta che saranno fuori dal carcere. Tra di loro nasce una simbiosi, un’empatia che li accomuna nella condivisione di un progetto che non resta all’interno delle mura ma esce fuori nel mondo. Quel mondo che un giorno dovrà integrarli di nuovo.

Novità su questo progetto?

Sulla Rai andrà in onda un servizio girato con i ragazzi, saranno intervistati, raccoglieranno la loro esperienza. Il servizio sarà mandato su Uno Mattina. Mi ha anche chiamato Davide Dionigi, giornalista di Radio Vaticana, per un’intervista radiofonica che sarà ripresa anche dall’Osservatore Romano.

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