Un dolce pensiero. Mi chiese una parte

Nino Manfredi è un ulivo senza tempo che nonostante le intemperie della vita, i percorsi difficili e sterrati, resta sempre verde con le foglie che accarezzano il tronco, adornano di vita i rami, sussurrando l’essenza incontaminata dell’esistenza. “Nonostante la paura della morte, l’aver ricevuto l’estrema unzione ben due volte, l’aver perso tutti i suoi amici nel sanatorio, voleva vivere la vita quanto più poteva” – dice Luca.




100 anni dalla sua nascita, il ricordo è vivo se fosse respiro. Luca, suo figlio, regista e sceneggiatore, racconta suo padre sia con un docu-film sia con un libro. Il fil rouge di questo dialogo vissuto, partecipato, è l’emozione, la densità significativa della sua presenza, la cifra della sua vita. Come la più bella sinfonia Luca racconta Nino raccontandosi.

Luca chi è?

Sono una persona che ha fatto il suo percorso, la sua gavetta superando tanti pregiudizi.

È difficile essere figli d’arte?

Non è facile, non è nemmeno un vantaggio. Lo è all’inizio, poi bisogna camminare da soli, faticare il doppio, il confronto è inevitabile, ancor più se è con un grande padre. Tutto ciò rischia di schiacciarti se non sei abbastanza forte da sopportare il peso.

La tua carriera dove inizia?

Nasco come pubblicitario. La pubblicità mi ha fatto incontrare mio padre. Ero fresco di diploma, Nino testimonial della Lavazza, non gradiva gli spunti che gli mandavano, avevano un umorismo piemontese. Un giorno mi disse: “perché non proponi tu qualche spunto, mi conosci bene?”. Così feci.

Perché dici: “la pubblicità mi ha fatto incontrare mio padre?”.

L’ho incontrato professionalmente. Mio padre è stato un padre assente. Ha dedicato tutta la sua vita al lavoro che amava tantissimo. Il resto veniva dopo. Lo abbiamo vissuto molto poco, mia madre è stata il centro di tutto.

Quando Nino era a casa cosa faceva?

Si chiudeva nel suo studio, non voleva essere disturbato. Era difficile confrontarsi, viverlo come padre.

Che ricordi hai?

Da ragazzino facevo nuoto e canoa agonistica, non è mai venuto a vedere una gara. Invidiavo molto un mio amico, aveva il padre sempre con lui.

Un padre come Nino insegna altro?

Sono un grandissimo ammiratore di mio padre. Da regista ho lavorato molto con lui. Il nostro rapporto si è recuperato sul fronte professionale.

È un punto d’incontro?

Sì, anche se mio padre era incapace di sostenere un rapporto a due. Abbiamo sempre avuto un rapporto abbastanza superficiale, d’informazioni.

Ci fai un esempio?

Durante la nostra prima serie televisiva una sera mio padre bussò alla porta della mia camera. Mi disse che una scena non lo convinceva. La cambiai sotto sua dettatura. A me non convinceva, lui era sicuro. Il giorno dopo sul set, proviamo la scena, ma non montava, così mio padre interruppe le prove, e disse: “ma chi l’ha scritta sta stronzata!”. Gli ricordai della sera prima. Lui negò dicendomi: “tu non capisci un cazzo io sono 40 anni che faccio questo mestiere, mi vuoi insegnare come si scrive una scena”. Non ci vidi più, gli sono quasi saltato al collo.

E poi?

Gli ho scritto una lettera che gli infilai sotto la porta dicendogli tutto quello che pensavo del nostro rapporto. Ha fatto finta di non averla mai letta, ma so che l’aveva letta. Mia madre mi telefonò molto preoccupata dicendomi: “ma cosa hai scritto a tuo padre?”.


E tu?

Le dissi che gli avevo semplicemente scritto cosa pensavo del nostro rapporto, come lo vivevo. Con quella lettera gli ho aperto uno spiraglio, gli ho dato l’opportunità di cambiare.

Invece?

Il giorno dopo sul set, ha fatto finta di nulla, come se niente fosse, mi ha detto: “Luchino ciao come stai? Che facciamo oggi?”.

Nino ha avuto una vita difficile?

Mio nonno era un maresciallo di polizia, diceva che i figli vanno accarezzati quando dormono così il genitore non perde la sua autorità. Con suo padre non c’era dialogo alcuno. Poi, Nino, da anziano ha tentato di fare il nonno ma sempre a piccolissime dosi.

Erminia è il pilastro della famiglia?

Senza Erminia non sarebbe andato da nessuna parte.

Di cosa aveva bisogno Nino?

Lui aveva fame di vita. Un bisogno inconscio di esserci facendo l’attore, di riconfermare la sua esistenza, di vivere tante vite contemporaneamente attraverso i personaggi che ha interpretato.

“Uno, nessuno, cento Nino”?

Esatto! Mia madre nel documentario ha detto una cosa bellissima: “Nino era gente, non era solo Nino. Io mi sono aiutata a capirlo anche attraverso i suoi personaggi”. Mamma è stata bravissima a gestire Nino, non è stato un uomo semplice.

In cosa Luca assomiglia a Nino?

Nella precisione, nella meticolosità nell’affrontare il proprio lavoro. È l’eredità che ho raccolto da mio padre. Era uno stacanovista. Preparava a tavolino i suoi personaggi. Dino Risi lo chiamava: “l’orologiaio” per la precisione con cui costruiva i personaggi. Giuliano Montaldo diceva che era: “un cesellatore della battuta e dell’interpretazione”. Tutto era frutto di un grande studio, mai del caso.

Perché un docu-film e un libro?

Il centenario non capita tutti i giorni. Nel docu-film Nino è raccontato da me e dalla sua famiglia. Tutto materiale inedito che nessuno ha mai visto. La Rai mi ha proposto anche di scrivere un libro dove raccontare Nino visto da me. La cosa mi ha stimolato. Il libro è servito a chiudere un cerchio, per rimettere apposto delle cose dentro di me, anche se mi ero pacificato con lui.

Ci regali un ricordo?

Ricordo una cosa molto tenera. Nel 2001, abitavamo nello stesso palazzo, una mattina mi suonò il campanello dicendo: “che stai facendo?”. “Sto scrivendo una miniserie per la Rai”. Lui: “non è che per caso c’è un ruolo anche per me!”. Mi fece tenerezza, io regista alle prime armi avevo davanti un grande del cinema come Nino Manfredi che mi chiedeva un piccolo ruolo nel mio lavoro. Lo accontentai.

Vuoi aggiungere altro?

Non perdetevi: “Uno, nessuno, cento Nino” il 22 marzo su Rai2 e Sky Arte mentre il 20 marzo su Rai1 la replica “In arte Nino” il mio biopic con Elio Germano.

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