Vi racconto il mio Gesù umano, troppo umano

Roberto Ciufoli, il suo nome è una firma indelebile nel mondo del teatro (e non solo). Un uomo dalle mille risorse, porta in scena, «The Man Jesus», il successo inglese di Matthew Hurt. La pièce è un monologo straordinario, dove si rintracciano i momenti salienti della vita di Gesù. Nove personaggi + uno (Jesus) che s’intrecciano in una trama preziosa avvolta dal significato profondo della vita, dell’amore, dell’incontro.




Maria, Giacomo, Giovanni Battista, Gesù Barabba, Giuda, Ponzio Pilato, Simone Pietro, Joanna ognuno con le sue opinioni, le sue aspettative, le sue convinzioni, il suo stupore. Sotto gli occhi dello spettatore scorre l’umanità con le sue fragilità, la sua forza, la sua drammaticità. Le parole ad una ad una vibrano nel silenzio perché in fondo è importante ascoltare.

Ecco cosa ci racconta Roberto Ciufoli in un’intervista densa di spunti di riflessione in cui nulla è lasciato al caso.

Vorrei iniziare dal suo spettacolo “The Man Jesus”, ci racconta qualcosa?

«Lo spettacolo nasce come un monologo - è stato rappresentato a Londra da Simon Callow - un attore molto bravo. Quando lo vidi mi colpì, mi entusiasmò. Avevo conosciuto l’autore (Matthew Hurt), mi invitò ad andarlo a vedere per poi rifarlo qui in Italia. La bellezza di questo spettacolo sta proprio nel suo essere un monologo interpretato da più personaggi che cambiano solo con una trasformazione dell’atteggiamento, del modo di fare, di piccola sfumatura della voce. C’è un grande lavoro attoriale. I personaggi prendono vita anche se non hanno facce diverse, riescono a essere uno diverso dall’altro. Si entra nella magia del testo e del teatro in generale».

Quanto è difficile immedesimarsi in ogni personaggio?

«È complicato perché ogni personaggio – in generale non solo in questa pièce – ha una sua caratteristica. Dopo tanti anni, sono riuscito a capire una cosa, è sempre stata davanti ai miei occhi ma non l’avevo individuata così fortemente: da un personaggio, per poterlo interpretare, non ci si deve staccare o cercare di capirlo, bisogna fargli spazio, fare conoscenza con lui. È lui che ti si presenta tanto quanto una persona che incontri per strada. Noi attori sappiamo quello che il personaggio andrà a dire, in questo siamo facilitati scegliamo la sua storia, i suoi pensieri, quindi dobbiamo solo lasciargli spazio. In scena l’attore deve avere un gran controllo, per cui passare da un personaggio all’altro implica un bel lavoro. È quella che io chiamo una sorta di schizofrenia positiva, che nell’attore è presente. Riusciamo a essere uno e un altro nello stesso tempo».

Uno, nessuno e centomila?

«Esatto! Uno, nessuno e centomila sperando che non sia il contrario. Potrebbe anche diventare uno, centomila e nessuno! Il che sarebbe grave».

Oppure una sintonizzazione empatica?

«Beh, è così. Bisogna entrare in sintonia con l’altro per lasciargli lo spazio. Fare un passo indietro per riuscire a imporre la propria personalità all’interno del personaggio. Ogni attore, interpreta in maniera differente lo stesso personaggio portato in scena dai suoi colleghi. Ognuno ha il suo stile. Però, è il personaggio che comanda, che guida. È come un passo di danza chi guida è lui»

Quale di queste figure sente più affine e vicine alla sua personalità?

«No … non so, sono sfaccettature dello stesso pensiero, dell’analisi, della curiosità verso una figura tanto importante come quella di Gesù, a prescindere dal punto di vista religioso. È stato un personaggio forte, con un messaggio profondo, estremo, il suo messaggio era quello di amare. Ha insegnato a vedere il mondo da un altro punto di vista. La rivoluzione più forte che ha proposto, con il suo pensiero, era quella di rivoluzionare i nostri comportamenti. Una rivoluzione che parte dal basso per diventare altissima».

Che cosa le insegna Jesus?

«A credere nell’uomo».

Come sta accogliendo il pubblico lo spettacolo?

«È molto attento, ha un entusiasmo partecipato. Segue la narrazione, si lascia portare dentro ai pensieri nei quali o si riconosce o storce un po' il naso».

Perché «storce il naso»?

«Ci sono delle ammissioni da parte di Gesù che sono strettamente umane. È proprio nell’uomo che risiede la grandissima spiritualità che viene comunicata. Io metto in scena la pièce da laico, non c’è alcun pensiero da parte mia legato alla religione».

Qual è la bellezza di questo testo?

«L’opera non ha nulla di religioso e viceversa è tanto religioso».

Mentre stiamo parlando della sua pièce penso a questi personaggi come 9 persone più Gesù che guardano da dieci punti differenti lo stesso orizzonte?

«È esattamente così».

Riuscire a vedere diversi orizzonti a seconda del punto di osservazione della persona è un grande insegnamento di vita?

«Assolutamente si! Rispecchia quello che succede tante volte nella vita, andiamo a giudicare quello che succede, a essere delusi o entusiasti sempre in riferimento alle nostre aspettative prima ancora del messaggio che arriva dall’altro. Prima di essere aperti al messaggio dell’altro aspettiamo che faccia qualcosa per poter essere interessante, se questo non succede è come se non si fosse arrivati a un obiettivo».

Cosa è essenziale in questo suo lavoro?

«Il fatto importante che tutti si rendono conto – magari in ritardo – di non aver capito in tempo la grandezza e la forza, l’energia che avevano tra le mani. Così Giuda vede in Gesù la possibilità di un capo rivolta; Barabba è preso come un terrorista dai romani, era ricercato perché si metteva a capo di gruppi di ribelli, ha una visione un po' talebana del buon ebreo. Ognuno di loro ha un’aspettativa che viene più o meno rispettata, poi alla fine si rendono conto che la grandezza stava in qualcosa che non avevano proprio colto».

Perché la scelta di fare l’attore?

«Non è stata una scelta. È più un mestiere che ti sceglie piuttosto che il contrario. Non mi ricordo di aver mai detto da bambino: da grande voglio fare l’attore; come non ho mai detto: voglio fare l’astronauta. Non l’ho mai detto ma l’ho sempre fatto a iniziare dalle scenette agli scout a 10 anni».

Poi cosa è accaduto?

«Mi sono innamorato del teatro, sono riuscito a metter su una compagnia, è stato tutto molto naturale».

Dove si sente di più a casa in teatro, in televisione o al cinema?

«In teatro sicuramente. Teatro, televisione o cinema sono cose completamente diverse. È un po' come chiedere di scegliere tra mamma o papà?».

Il teatro chi è mamma o papà?

«La mamma! Però è la natura delle cose. Io sono papà, sono felice di esserlo, ma la mamma è la mamma».

La mamma è l’attaccamento all’origine?

«Si, è viscerale. Papà si conosce ma dopo, prima arriva mamma. L’amore grande è mamma».

È una persona che mantiene molta riservatezza nella sua vita privata, ma noi siamo curiosi: che tipo di marito e’?

«(sorride) Felice! Contento. Tra l’altro sono appena diciassette anni che stiamo insieme con mia moglie. Sto bene».

Non ci sono mai stati momenti difficili?